XIII Domenica dopo Pentecoste

2 Cr 36, 17c-23; Sal 105 (106); Rm 10, 16-20; Lc 7, 1b-10

Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”». (2Cr 26,22-23)

Il dono dell’alleanza non si trasforma in un dato di fatto che eviti l’impegno. Dio non sceglie il popolo di Israele perché si ritenga più meritevole degli altri, né perché pensi che il dono resti a qualsiasi condizione. Invece accade, il tempio è distrutto e il popolo è esiliato, a Babilonia. Questa situazione si trasforma in occasione, il Signore mostra quanto è vasto il suo amore, gli ebrei scoprono che l’alleanza viene portata avanti grazie ad uno straniero che non appartiene alla stirpe eletta.
Scegliere Ciro, re persiano, per riedificare tempio e riportare il popolo nella terra promessa segnala quanto nella storia della salvezza nulla vada perduto. Quella scelta pone il popolo davanti ad un aspetto fondamentale, che gli permette di dilatare il cuore e imparare un tratto essenziale dello stile di Dio: non vi sono confini o limiti preventivi che stabiliscano qualcuno come estraneo rispetto al Signore.

Preghiamo

Salvaci, Signore Dio nostro,
radunaci dalle genti,
perché ringraziamo il tuo nome santo:
lodarti sarà la nostra gloria.

dal Salmo 105 (106)

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