Nm 28, 1. 3a. 16-25; Esd 6, 19-22; Lv 22, 17-21; Is 49, 1-7
Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra. (Is 49, 1-2)
Meditare il brano di Isaia davanti alla croce porta alla luce il paradosso del Dio che si rivela in Gesù, scoprendo quale sia la misura del suo amore e, di conseguenza, a quale misura possa arrivare la vita umana. Il servo del Signore è colui che, nel momento più duro, quando tutto sembra perduto, non si ritira, ma spinge la sua missione oltre ogni confine – fino alle nazioni lontane.
Così è stato con Gesù: la misura dell’amore per i fratelli, proprio nel momento del rifiuto e della persecuzione, si è dilatata fino a dare la vita sulla croce, un dono dal quale tutti hanno ricevuto vita.
Rimanere in contemplazione del suo dono può realmente cambiare i cuori, fino a scoprire come ciascuno possa abbattere i limiti che ancora impediscono di vivere relazioni vere.
Preghiamo
Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi che lo temete,
gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,
lo tema tutta la stirpe d’Israele.
dal Salmo 21 (22)

