Mercoledì della settimana della XI domenica dopo Pentecoste

2Cr 29, 1-12a. 15-24a; Sal 47 (48); Lc 12, 8b-12

Ezechia divenne re a venticinque anni; regnò ventinove anni a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abia, figlia di Zaccaria. Fece ciò che è retto agli occhi del Signore, come aveva fatto Davide, suo padre. Nel primo anno del suo regno, nel primo mese, aprì le porte del tempio e le restaurò.  (2Cr 29,1-3)

La riapertura del tempio è il momento che segna la rinascita per il popolo di Israele. Quell’evento è simbolo della possibilità di tornare nuovamente a incontrare il Signore, rimanendo in dialogo con lui. Il tempio chiuso è come un controsenso: quel luogo ha senso solo nella misura in cui rende evidente la volontà del Signore di essere in relazione con il suo popolo.
Ogni nuova apertura è una promessa di vita nuova, la possibilità di riprendere il cammino.
Quanto compiuto da Ezechia può essere un’immagine che conduce ciascuno a chiedersi in quale misura questo giorno può diventare l’occasione per favorire l’incontro con il Signore, per sé e per le persone nei confronti delle quali si hanno responsabilità.

Preghiamo

O Dio, meditiamo il tuo amore
dentro il tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio,
così la tua lode si estende
sino all’estremità della terra.

Dal Salmo 47 (48)

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