Venerdì della settimana della VII domenica dopo Pentecoste

Gdc 16, 22-31; Sal 19 (20); Lc 10, 1b-7a

Sansone disse: «Che io muoia insieme con i Filistei!». Si curvò con tutta la forza e il tempio rovinò addosso ai prìncipi e a tutta la gente che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita. (Gdc 16,30)

La vita di Sansone termina in modo glorioso, nonostante non sia sempre stato fedele al Signore. Egli, che aveva basato la sua esistenza sulla sua forza prodigiosa, subisce come un paradosso: non la sua opera riesce a sconfiggere i nemici, ma il momento in cui non ha più alcuna forza, la morte. Quel momento, però, gli dà gloria, perché quando rinuncia a sé stesso è finalmente in grado di mettersi al servizio dell’opera del Signore.
La sua figura è esemplare per ciascuno, mettendo in discussione molte opere condotte solo con le proprie forze, chiedendo di verificare se talvolta essere al servizio del Signore non comporti anche rinunciare a ciò che darebbe prestigio solo a sé.

Preghiamo

Ora so che il Signore dà vittoria al suo consacrato;
gli risponde dal suo cielo santo
con la forza vittoriosa della sua destra.

Dal Salmo 19 (20)

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