Dedicazione del Duomo di Milano

Is 60,11-21; Sal 117 (118); Eb 13,15-17.20-2; Lc 6,43-48

«Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. (Lc 6,46-48)

La questione sarebbe: ascoltare la Parola e metterla in pratica. Potremmo dire, accostarci al Vangelo e viverlo. Testimoniare il regno, senza mai pensare di averlo già compreso. Secondo una vecchia mentalità, ci sarebbe una Verità che sta in piedi indipendentemente dalla nostra adesione o meno a essa. Indipendentemente dalla testimonianza che ne possiamo dare. Indipendentemente dal nostro annuncio. Ecco, questa corrisponde a una concezione debole di testimonianza. Mentre l’idea di testimonianza biblica pare essere altra. Ossia: che la Verità per stare in piedi, perché si veda e si manifesti, ha bisogno di qualcuno che ne dia annuncio. Senza il nostro annuncio, forse, di questa Verità, ovvero di questo Dio Padre, il mondo ne vedrebbe un pezzettino meno.

Preghiamo

Padre Santo,
sollecitaci a non «rimanere tranquilli,
in attesa passiva, dentro le nostre chiese» (DAp 548)
ma a passare «da una pastorale di semplice conservazione
a una pastorale decisamente missionaria» (DAp 370).

 

 

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