IV Domenica di Pasqua

At 20,7-12; Sal 29 (30); 1Tm 4,12-16; Gv 10,27-30

Io do loro la vita eterna… Nessuno le strapperà dalla mia mano… Nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola. (Gv 10,28-29)

Le pecore si fidano del buon pastore, riconoscono la sua voce, consapevoli che nelle sue parole vi è il bene. Le pecore sanno di appartenere a lui, sono sue, certe di quell’amore, quell’affetto che è proprio di chi dà la vita per la loro salvezza. Dove conduce le pecore il pastore? Alla mèta che è il grande ovile preparato fin dalla creazione del mondo. Fuori di metafora: apparteniamo a Cristo, lo riconosciamo, ci fidiamo di lui perciò lo ascoltiamo e lo seguiamo là dove vuol condurci: alla casa del Padre, nella piena comunione con il Dio uno e trino. Le mani di Gesù sono le mani del Padre: difendono, sostengono, guariscono, perdonano, accarezzano, sanno anche richiamare, donano vita per sempre. L’unità tra Gesù e il Padre è per noi vita, anzi, significato del nostro essere chiamati alla e per la vita. Certi e avvolti da questo amore, lo Spirito che è Signore e dà la vita, «in lui viviamo, ci moviamo, e siamo… Poiché siamo anche sua discendenza» (At 17,28), si fa in ogni istante Dono, ed anche «se dovessi andare per una valle oscura (la morte), non temo alcun male, perché tu sei con me…» (Sal 23).

Preghiamo

O Dio, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e di desiderare ciò che prometti perché, tra le varie
vicende del mondo, siano fissi i nostri cuori
dov’è la vera gioia.

(dalla liturgia)

 

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