Martedì della settimana della III Domenica dopo l'Epifania

Sir 44, 1; 48, 15b-21; Sal 77 (78); Mc 4, 26-34

Il popolo non si convertì e non rinnegò i suoi peccati, finché non fu deportato dal proprio paese e disperso su tutta la terra. Rimase soltanto un piccolissimo popolo e un principe della casa di Davide. Alcuni di loro fecero ciò che è gradito a Dio, ma altri moltiplicarono i peccati. (Sir 48,15-16)

Il popolo di Israele si identifica a partire dalla promessa che il Signore gli ha rivolto, quella di abitare in pace nella terra. Per questo motivo la causa della dispersione in tutto il mondo, l’esilio, è riconosciuta nei peccati commessi: l’infedeltà all’alleanza provoca la sua rottura, l’impossibilità di vivere nella terra. Questa rottura, tuttavia, non è definitiva, infatti si ricorda che rimane un resto, un piccolo gruppo che ancora può abitare nella terra della promessa, coloro che consentono di sperare che non tutto è perduto perché la discendenza di Davide potrà continuare.
Neppure quello basta, non è sufficiente il dato materiale, anche per il resto che vive ancora nella terra è necessario rinnovare ogni giorno l’alleanza, scegliendo concretamente per il bene e rifiutando il peccato.
Questo momento della storia di Israele interroga ciascuno, per verificare se la benevolenza ricevuta dal Signore è ritenuta come un tesoro indiscutibile, che non modifica la propria esistenza, oppure come un dono a partire dal quale giorno per giorno scegliere il bene per far sì che non vada disperso e dimenticato.

Preghiamo

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore;
ricordava che essi sono di carne,
un soffio che va e non ritorna.

Dal Salmo 77 (78)

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