Martedì della VI settimana di Pasqua

At 28,11-16; Sal 148; Gv 14,1-6

Quindi arrivammo a Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio. (At 28,14b-15)

Paolo, che giunge a Roma in catene, non si ritrova solo: l’annuncio del Vangelo lo ha preceduto, e già ha mosso i primi passi una nuova comunità cristiana, nella quale l’apostolo si inserirà, pur da prigioniero agli arresti domiciliari. In questo brano emergono la bellezza e la consolazione che vengono dal sapersi in un cammino condiviso: dove c’è comunione, e particolarmente dove c’è comunione attorno al Signore Gesù, è possibile affrontare ogni prova. Paolo è riconoscente e incoraggiato al vedere i «fratelli» della comunità romana: e questo lo sospingerà ancora nel suo consueto slancio missionario, pur in quella condizione di ristrettezza. La comunione tra noi non è un “optional”, un “di più” che migliora l’efficacia delle nostre iniziative; è piuttosto la condizione necessaria perché si possa seriamente parlare di Dio. Per decenni abbiamo cantato – e ancora cantiamo – «Dov’è carità e amore, qui c’è Dio»: non può essere solo un vago desiderio, perché senza condivisione non ci sarà riconoscenza e mancherà almeno un po’ il coraggio.

Preghiamo

Fa’ che io ti lodi, Signore,
dammi la forza di cantare.
Le mie labbra risuonino di gioia
Quando canto per te, alleluia.

(dalla liturgia)

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