Lunedì della VI settimana di Pasqua

At 28,1-10; Sal 67; Gv 13,31-36

Avvenne che il padre di Publio giacesse a letto, colpito da febbri e da dissenteria; Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti. (At 28,8-9)

Naufragato a Malta, da prigioniero in viaggio verso Roma, Paolo non smette di essere discepolo di Gesù. Gli abitanti dell’isola possono vedere in lui gli stessi segni che operava il Maestro e Signore, Gesù di Nàzaret. Sembra ripresentarsi lo stesso linguaggio evangelico in cui molti «accorrevano e venivano guariti». Come Gesù, Paolo si raccoglie in preghiera e si china sulle sofferenze di quanti incontra. Non c’è altra cosa che sia chiesta ai discepoli del Cristo, a quanti vogliono portare il suo nome, se non questo vivere nell’imitazione di lui. Non sapremo probabilmente operare guarigioni miracolose, e forse nemmeno attirare le folle, ma possiamo certo essere animati dalla stessa cura per quanti ci circondano, per quelli che la vita ci fa incontrare. E lo possiamo fare semplicemente raccogliendo le occasioni che ci sono date, come per Paolo non era prevista la sosta a Malta: ogni situazione è spazio per il rivelarsi della cura di Dio per i suoi figli, anche attraverso il nostro umile servizio.

Preghiamo

Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri.

(Sal 68,6-7)

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