Lunedì della IV settimana di Pasqua

At 9,31-43; Sal 21; Gv 6,44-51

A Lidda Pietro trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su una barella perché era paralitico. Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; àlzati e rifatti il letto». E subito si alzò. (At 9,33-34)

È folgorante la frase che Pietro pronuncia. Anzitutto perché l’apostolo interviene in modo diretto e senza una richiesta: dice quello che ora accade, non quello che si vorrebbe o ci si prepara a chiedere. Pietro è certo di quello che nella storia si manifesta per volere di Dio, non dubita e non teme brutte figure. Inoltre è chiaro, dal suo linguaggio, che per lui tutto è relativo a Gesù: è lui che guarisce, è lui che salva; Pietro è solo uno strumento, un’occasione favorevole, niente di più. E prontamente Enea guarisce. Proprio come era accaduto in altre situazioni narrate dai Vangeli, il discepolo riconsegna nel presente la forza dirompente della presenza del Cristo, la sua volontà di salvezza, la sua cura per il cammino di ogni persona. Questo ci è chiesto: raccontare e mostrare la potenza del suo amore, con le povere e poche persone che siamo, e con l’appassionata fede che ci anima.

Preghiamo

Io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l’opera del Signore!».

(Sal 22,31-32)

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