At 9,1-9; Sal 26(27); Gv 6, 16-21

 

«“Sono io, non abbiate paura!”. Allora vollero prenderlo sulla barca…». (Gv 6,20ss)

 

L’episodio che precede il vangelo di oggi è la di visione abbondante dei pani e dei pesci. Siamo in Galilea in prossimità della Pasqua, su un territorio in cui «c’era molta erba». Gesù agisce come il pastore del salmo 22, attribuendo a sé l’azione del Dio d’Israele, che si prende cura, lui stesso, del suo greg­ge e delle sue pecore (Ez 34,15).

In questo brano, non solo egli assume l’azione ma anche il nome di questo Dio: «Io sono, non abbiate paura». “Io sono” traduce il tetragramma JHWH, nome pronunciabile una volta sola all’anno, dal sommo sacerdote, nel santo dei santi, nel giorno dell’espiazione (Yom kippur). C’è un pastore che ha cura di noi. Non ci fa mancare niente di ciò di cui abbiamo bisogno.

C’è il Dio potente dell’esodo, che domina il mare e i suoi flutti, spezza le nostre paure, chiede posto sulla nostra barca. Gesù in modo esplicito, senza veli, manifesta nella sua persona l’identità del Dio d’Israele. Mosè di lui ha scritto. Colui che già ha salvato nel passato, sta per fare qualcosa di assolutamente nuovo.

 

Preghiamo col Salmo

 

Il Signore è mia luce e mia salvezza:

di chi avrò timore?

Il Signore è difesa della mia vita:

di chi avrò paura?

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