At 8,5-8; Sal 77; Gv 5,19-30

 

«Il Padre… ha dato ogni giudizio al Figlio…». (Gv 5,22)

 

Antefatto a questo brano è la guarigione del para­litico presso la piscina di Betzatà. Gesù è accusato per aver operato in giorno di sabato. Si difen­de spiegando la radice del suo agire: il Padre. Con disar­mante semplicità, in modo che più esplicito non si può, Gesù “alza il velo” sull’intimità esistente tra lui e il Padre. Tutti noi spendiamo la nostra vita per affermarci, per essere indipendenti. Per paura di non-essere, per paura della morte dobbiamo, contro tutto e tutti, affermare il nostro Io. Il Figlio, invece, è rapito dalla contemplazione del Padre.

Egli ama tutto ciò che il Padre è, ha e fa. Gesù afferma la sua dipendenza. Non è per lui vergogna di ­pendere da questo padre: è la sua vita, è la sua gloria. Davanti a questo Tu il suo Io non deve auto-affermarsi, ma semplicemente essere, lasciando emergere il Noi della Trinità. Il Dio che giudica è questo. La sua estrema san­ti tà e lontananza si è avvicinata al nostro esistere, fino a en trare nei nostri sepolcri (v. 25). Ascoltare la voce del Figlio ci coinvolge nella gioia d’amore che fluisce in Dio trinità. Tutto questo può sembrare astratto, ma i santi non sono altro che quei “morti” che avendo ascoltato la sua voce hanno cominciato a vivere. A questo mistero è chia­mato ciascuno di noi.

 

Preghiamo

 

Ascolta, popolo mio, la mia legge,

porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.

Aprirò la mia bocca con una parabola,

rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.

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