Giovedì della II settimana di Pasqua

At 4,13-21; Sal 92; Gv 3,7b-15

Pietro e Giovanni replicarono: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». (At 4,19-20)

L’annuncio che si muove dalle labbra degli apostoli, la testimonianza che sale dalla loro vita, l’ostinazione della loro ferma e coraggiosa presa di posizione non sono sostenuti dalla semplice adesione a un’opinione, ma rispondono a qualcosa che hanno visto e ascoltato. La loro fede e il loro appassionato slancio missionario sono guidati da una seria onestà intellettuale: obbedire a Dio non è riferirsi vagamente a un credo, ma rimanere ancorati a una verità conosciuta e amata perché promettente e beneaugurante: hanno conosciuto Gesù e hanno incontrato la via, hanno potuto raccogliere i segni della verità, hanno assaporato la vita che non muore, e non possono quindi tacere, non possono tradire i loro occhi e le loro orecchie. E questo anche di fronte all’incredulità e all’ostilità di quanti stanno loro attorno, con coraggio semplice e anche un poco disarmante, per un’obbedienza che non è dovuta ad alcuno, se non alla verità di Dio, come loro l’hanno conosciuta in Gesù.

Preghiamo

O Padre, che ci hai donato la salvezza
e lo Spirito che ci rende tuoi figli,
guarda con benevolenza
a quanti hai rigenerato nel tuo amore
perché a tutti i credenti sia data
la vera libertà e l’eredità eterna.

(dalla liturgia)

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