At 8, 5-8; Sal 77 (78); Gv 5, 19-30
In quei giorni. Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città. (At 8, 5-8)
Nella loro bellezza, queste poche righe degli Atti degli Apostoli rivolgono un appello profondo a ogni cristiano: dopo la predicazione di Cristo da parte di Filippo, in quella città si diffonde la gioia.
È possibile dire lo stesso, oggi, a proposito del riferirsi all’annuncio del Vangelo? Davvero ci si lascia coinvolgere dalla vita che porta con sé fino a sperimentare una gioia profonda, tale da essere capace di erodere insoddisfazioni e lamentele? Davvero si è capace di mettere in primo piano la gioia che deriva dal vangelo, oppure si opprimono coloro che potrebbero esserne toccati con strutture e formalità?
Preghiamo
Ciò che abbiamo udito e conosciuto
e i nostri padri ci hanno raccontato
non lo terremo nascosto ai nostri figli,
raccontando alla generazione futura
le azioni gloriose e potenti del Signore
e le meraviglie che egli ha compiuto.
dal Salmo 77 (78)

