Gb 2, 1-10; Sal 118 (119), 153-160; Tb 2, 1b-10d; Lc 21, 34-36
Di ritorno disse: «Padre!». Gli risposi: «Ebbene, figlio mio?». «Padre – riprese – uno della nostra gente è stato ucciso e gettato nella piazza; l’hanno strangolato un momento fa». Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. Ritornai, mi lavai e mangiai con tristezza, ricordando le parole del profeta Amos su Betel: «Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento». E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. I miei vicini mi deridevano dicendo: «Non ha più paura! Proprio per questo motivo lo hanno già ricercato per ucciderlo. È dovuto fuggire e ora eccolo di nuovo a seppellire i morti». (Tb 2, 3b-8)
Sono tanti i motivi di tristezza trasmessi dal brano di Tobia: l’uccisione di un uomo, senza motivo come ogni omicidio, l’impossibilità di dargli degna sepoltura, il clima di lutto esplicitato da Tobi, la derisione dei vicini di fronte a un atto di pietà. Un insieme di situazioni tristi e lugubri, dove emerge con forza il contrasto tra la capacità di lasciarsi coinvolgere dalla sofferenza di Tobia e la crudezza sprezzante della derisione operata dai vicini: non solo c’è il male, ma ancor peggio è non lasciare che esso tocchi i sentimenti, come se il cuore fosse del tutto inerte.
Quanto lì descritto non è estraneo alla vita odierna: spesso il dolore degli altri è trascurato, nessuno se ne fa carico, anzi diventa motivo di disprezzo o dileggio. Oggi è il giorno per lasciarsi coinvolgere dalla Passione di Gesù, imparando innanzitutto da lui l’umanità che si lascia toccare dal patire umano, dalla possibilità di farsi accanto a chi soffre, lasciando che gli affetti vengano toccati in profondità.
Preghiamo
Vedi la mia miseria e liberami,
perché non ho dimenticato la tua legge.
Difendi la mia causa e riscattami,
secondo la tua promessa fammi vivere.
dal Salmo 118 (119)

