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Familiarizzare con le nostre radici ebraiche

Ger 3,6a.19-25; Sal 85 (86); Zc 2,10-17; Mt 12,33-37

29 Novembre 2018

«Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L’uomo buono dal suo tesoro trae fuori cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive». (Mt 12,34-35)

Quello che è buono in noi è frutto del dono di Dio. Abbandonati a noi stessi non possiamo portare frutti buoni perché questi vengono dal dono dello Spirito che abbiamo ricevuto. L’interesse particolare del nostro brano è che il frutto buono viene espresso con il verbo “dire”. Qui evidentemente Gesù ci parla di un “dire” profondo, di come la vita di una persona esprima quello che ha dentro di sé. Così il testo ci ricorda come la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Interessante l’attribuzione del giudizio nel versetto trentasei: “ogni parola vana” alla lettera il termine significa “inoperoso”, sono quindi negative le parole che non operano, che non costruiscono. Si parla anche di un “dire”, che scaturisce come frutto del dono di Dio: quante volte abbiamo sperimentato la presenza e la comunicazione di questi buoni frutti anche da persone umilissime e semplici. Ciò che si impone per saggezza e che viene ricordato proprio come dono dello Spirito, sono le parole buone, quelle che vengono dal cuore dell’uomo e sanno infondere speranza e pace.

Preghiamo

Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace per il suo popolo,
per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con fiducia.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.
(dal Sal 85)

[da: Stranieri e pellegrini – Il cammino, l’attesa, l’ospitalità – Avvento e Natale 2018, Centro Ambrosiano]