Ger 10,11-16; Sal 113B (115); Zc 9,11-17; Mt 19,23-30

 

 

«Sono oggetti inutili, opere ridicole; al tempo del loro castigo periranno».              (Ger 10,15)

                                                                             

 

Prosegue e si precisa la polemica contro gli idoli, da parte del profeta Geremia. Che fa emergere, da un lato, la potenza del vero Dio nella creazione e nella vita d’Israele sua eredità, dall’altro l’inutilità degli idoli che sono menzogna, mancano del soffio vitale e che appaiono agli occhi del profeta addirittura ridicoli. Anche la ricchezza, dice il Vangelo, può con grande facilità trasformarsi in un idolo. Dio, però, sa convertire il cuore facendovi entrare una diversa logica, quella del dono gratuito per amore. Essere discepoli significa appunto questo, rifiutare le seduzioni dell’egoismo e dello spirito di proprietà, per vivere la logica del dono. Da questo nasce, secondo Gesù, un duplice frutto: la moltiplicazione di ciò che si è lasciato per amore ed il riconciliarsi delle disuguaglianze che abitano la storia.

 

 

Preghiera

 

Il nostro Dio è nei cieli,
egli opera tutto ciò che vuole.
Gli idoli delle genti sono argento e oro,
opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Hanno mani e non palpano,
hanno piedi e non camminano;
dalla gola non emettono suoni.
Sia come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida.
Israele confida nel Signore:
egli è loro aiuto e loro scudo.                                         
(dal Sl 114)

 

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