Domenica 7 maggio – IV di Pasqua

 

 

At 6,1-7; Sal 134 (135); Rm 10,11-15; Gv 10,11-18

 

«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore» (Gv 10,14-15).

 

L’immagine del buon pastore attraversa la Scrittura. Sia nei profeti (cfr. Ger 23; Ez 34), sia nei Salmi (cfr. Sal 23) Dio è paragonato a un pastore che si prende cura del suo popolo. Ma pure il re è considerato in questi termini e la sua cura nei confronti dei sudditi è paragonata all’atteggiamento del pastore. Il pastore Gesù mantiene con le pecore un rapporto di conoscenza unico, perché radicato nella propria conoscenza del Padre. Sicché la cura che Gesù ha nei confronti degli uomini rimanda all’intima relazione che il Padre ha con il Figlio. Ma il paragone utilizzato da Gesù rimanda pure alla sua morte salvifica: egli dà la vita a favore delle sue pecore, offrendo se stesso sulla croce. Ne consegue che la cura che Gesù ha per le sue pecore si esplicita proprio nel dono della vita, cioè nella salvezza. Il nostro pastore ci ha amati sino alla fine, ha offerto se stesso, ci ha tirato fuori dal male e ci ha introdotto nella vita autentica. Giovanni sottolinea che il dono della vita è un atto sovranamente libero nel quale Gesù compie il comandamento del Padre.

 

Preghiamo

 

Signore Gesù,

buon pastore che hai donato per noi la vita,

liberaci da ogni egoismo e introducici

nei pascoli della tua vita eterna,

dove la morte sarà per sempre sconfitta.

 

 

[da: La Parola ogni giorno. L’esistenza “in Cristo”, Quaresima e Pasqua 2017, Centro Ambrosiano, Milano]

 

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