Martedì della settimana dopo la Dedicazione

Ap 1, 10; 2, 1-7; Sal 7; Mc 3, 13-19

Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore. (Ap 2,2-4)

Si resta colpiti dalle parole rivolte dal Signore alla chiesa di Efeso: l’elogio per le sue opere di quella comunità, capace di perseverare e di sopportare la fatica, non è sufficiente per mascherare il rimprovero, relativo all’abbandono dell’amore. L’amore primo, originario, quello che sta alla base e può sorreggere il resto, quell’amore che ha dato origine alla storia di quella comunità, l’amore per il Signore Gesù.
Il rischio corso dalla chiesa di Efeso è quello a cui si espone ciascun cristiano: dimenticare che prima di ogni impegno, di ogni sforzo di volontà e di ogni opera compiuta, c’è l’amore per il Signore Gesù, l’essere da lui coinvolti in una storia inimmaginabile. In caso contrario l’essere cristiani si trasforma in un peso, che si trascina solo per senso del dovere, ma non ha più alcuna forza vitale a sorreggerlo e rischia, prima o poi, di fallire.

Preghiamo

Signore, mio Dio, se così ho agito,
se c’è ingiustizia nelle mie mani,
se ho ripagato il mio amico con il male,
se ho spogliato i miei avversari senza motivo,
il nemico mi insegua e mi raggiunga,
calpesti a terra la mia vita
e getti nella polvere il mio onore.

Dal Salmo 7

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