Dt 16, 1-4; 2Cr 35, 1-7. 10-18; Lv 6, 17; 7, 1-6; Ger 11, 18-20
Il Signore me lo ha manifestato e io l’ho saputo; mi ha fatto vedere i loro intrighi. E io, come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che tramavano contro di me, e dicevano: «Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi; nessuno ricordi più il suo nome». (Ger 11, 18-19)
Quanto scritto dal profeta Geremia lascia subito intravvedere anche la figura di Gesù, innocente messo a morte. Al contempo, quella descrizione fa ricordare che Gesù non è stato il solo a essere perseguitato nella storia del mondo. Ciò non sminuisce l’unicità del suo dono – pieno legame al Padre e così salvezza per tutti i fratelli – ma ne fa comprendere la prossimità a ogni persona che soffre e invita – proprio oggi – a non lasciare che l’adorazione della sua croce si trasformi in una devozione che fa dimenticare la storia, ma che si fa tanto più autentica quanto più chiede di guardare alle ingiustizie contemporanee per alleviarle.
Preghiamo
Io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi se è suo amico».
Ma il regno è del Signore,
egli domina su tutte le nazioni.
dal Salmo 21 (22)

