Lunedì 29 maggio

Ct 5,2a.5-6b; Sal 41 (42); 1Cor 10,23.27-33; Mt 9,14-15

 

Allora gli si avvicinarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno» (Mt 9,14-15).

 

La disputa fra Gesù e i discepoli di Giovanni pone un problema: viene prima la conversione dell’uomo o il perdono di Dio? L’accento già di Giovanni Battista cadeva sulla necessità della penitenza. Per Gesù, invece, viene prima il perdono di Dio. L’esemplificazione attuale volge sul digiuno, una delle tre opere di pietà (cfr. Mt 6,16). Si tratta di un’opera penitenziale che né Gesù né i suoi discepoli hanno disdegnato (cfr. Mt 4,2). I discepoli di Giovanni e i farisei digiunano molte volte. La Legge imponeva un solo giorno di digiuno all’anno, cioè il giorno dell’espiazione (o jom kippur, cfr. Nm 29,7); tuttavia i farisei, come pure i discepoli di Giovanni, avevano esteso l’obbligo anche ad altre ricorrenze annuali o settimanali. Tuttavia Gesù subordina questa forma di penitenza alla gioia del banchetto messianico. La gioia vince il lutto, l’esultanza domina sulla penitenza, la presenza del Messia illumina tutto con il colore della festa. La gioia cristiana non è allegria divertita, ma percezione dell’amore di Dio che illumina l’esistenza e la trasfigura.

 

Preghiamo

 

Signore Gesù,

la tua presenza dona ai nostri cuori

la gioia intensa dell’amore,

motivo di esultanza e di festa.

 

[da: La Parola ogni giorno. L’esistenza “in Cristo”, Quaresima e Pasqua 2017, Centro Ambrosiano, Milano]

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