Venerdì 26 maggio

Ct 2,17-3,1b.2; Sal 12 (13); 2Cor 4,18-5,9b; Gv 14,27-31a

 

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me» (Gv 14,27-28).  

 

I discorsi di addio terminano abitualmente con il saluto della pace. Qui Gesù ne fa dono. Nel linguaggio biblico la pace è la salvezza escatologica realizzata da Dio. È ciò che viene offerto con la venuta di Gesù, in particolare con la sua risurrezione (cfr. Gv 20,21.26). Qui Gesù fa dono ai suoi discepoli della pace degli ultimi tempi, per tutta la durata della storia, quali che siano le prove da attraversare. Gesù infine pronuncia una frase che ha dato luogo a grandi discussioni cristologiche: «Il Padre è più grande di me». I discepoli di Ario (e oggi i testimoni di Geova) se ne servirono per argomentare l’inferiorità di Gesù rispetto al Padre. Alcuni Padri della Chiesa hanno inteso nel senso che il Figlio è generato, ma non il Padre; altri hanno spiegato così: Gesù, in quanto uomo incarnato, è meno grande del Padre. Forse però la frase è da capire nel contesto del Quarto Vangelo: il Padre è più grande perché tutto viene da lui e tutto va a lui. Il Padre ha inviato il Figlio e l’ha glorificato.

 

Preghiamo

 

Signore Gesù,

tu ci doni la vera pace, non quella che il mondo ci offre.

Essa è segno della signoria di Dio sulla storia,

è la somma di tutti i doni che l’uomo possa immaginare.

Mantienici nella tua pace, Signore.
[da: La Parola ogni giorno. L’esistenza “in Cristo”, Quaresima e Pasqua 2017, Centro Ambrosiano, Milano]

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