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Sirio 26 - 31 maggio 2024
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Intervista

1° Maggio, le Acli: «Costruire una cultura sulla sicurezza sul lavoro»

Andrea Villa, presidente provinciale di Milano e Monza e Brianza, descrive uno scenario ricco di preoccupazioni: «L'aumento dei lavoratori non sempre corrisponde a un miglioramento della qualità, che spesso risulta precaria o irregolare»

di Lorenzo GARBARINO

1 Maggio 2024

Primo maggio, festa dei lavoratori. Celebrata in molti Paesi del mondo, serve a ricordare le lotte per i diritti. Ne parliamo con Andrea Villa, presidente delle Acli milanesi e di Monza e Brianza.

Qual è il significato di questo Primo maggio?
Celebriamo la festa dei lavoratori in uno scenario ricco di preoccupazioni. Se da una parte l’Italia registra quasi 700 mila lavoratori in più, questo aumento spesso non si traduce in lavori che garantiscano dignità e una piena cittadinanza. Sono tanti quelli che oggi chiamiamo «lavoratori poveri», cioè persone che, pur avendo un lavoro, riescono a malapena a coprire le spese mensili e sono esposte a difficoltà in caso di eventi negativi. Sul tema è stata stilata di recente una ricerca dell’Iref («Lavoro e vulnerabilità economica – evidenze dai dati fiscali sul lavoro a basso reddito e lavoro povero»), condotta su 600 mila lavoratori che hanno presentato le dichiarazioni dei redditi tramite il Caf. Tralasciando i disoccupati, il 12% si trova in una condizione di vulnerabilità economica. L’analisi si concentra su tre fasce di reddito: una sotto gli 8.266 euro annui, considerata a basso reddito; una media fino a 12 mila; una fino a 15 mila euro, vicina alla soglia di povertà. Il principale fattore di vulnerabilità è la discontinuità lavorativa. Quasi il 70% di coloro che lavorano meno di sette mesi all’anno si trovano in queste fasce di reddito. Questo dato evidenzia che l’aumento del numero dei lavoratori non sempre corrisponde a un miglioramento della qualità del lavoro, che spesso risulta precario o irregolare.

Andrea Villa
Andrea Villa

Che profilo hanno queste persone?
Tra i lavoratori a basso reddito ci sono più donne che uomini e più giovani (tra i 30 e i 40 anni) rispetto a chi appartiene alla fascia tra i 50 e i 60 anni. Questi lavoratori sono concentrati nei settori di alloggio e ristorazione, servizi alle imprese e alla persona. Sono aree note per offrire contratti precari, soprattutto ai giovani nelle prime fasi della carriera, che faticano a ottenere contratti stabili. Il gender pay gap si conferma con le donne, acuito dalla mancanza di un welfare che supporti la maternità senza interrompere la carriera. Anche il settore dell’istruzione è menzionato per i bassi livelli salariali, nonostante includa lavoratori del settore pubblico.

Stiamo parlando anche di contratti come gli stage extracurriculari, stagionali o altre forme di somministrazione del lavoro?
Credo che sia una problematica legata all’impostazione culturale delle politiche lavorative degli ultimi vent’anni. Sono stati incentivati contratti precari come i co.co.co, i contratti a progetto e gli stage. Questo ha portato a canali di ingresso nel mercato del lavoro non stabili, spesso protratti per oltre dieci anni. Ciò ha influito non solo sulle aziende, che faticano a stabilizzare e valorizzare il capitale umano, ma anche sulla vita dei lavoratori, ostacolando la pianificazione familiare e la stabilità economica. Questo si riflette anche sulle dinamiche demografiche, indicando la necessità di politiche che offrano ai giovani prospettive più stabili e sicure di quanto ora consentano.

Quali misure le Acli hanno messo in atto per aiutare i lavoratori?
In questi anni abbiamo provato a conciliare il più possibile le vite lavorative e quelle familiari. Abbiamo messo in atto una serie di misure per recuperare un po’ delle risorse erose per esempio dall’inflazione. Ma abbiamo comunque bisogno di risposte collettive dalla politica per migliorare il reddito e la redistribuzione delle risorse, puntando a una maggiore dignità e equità nel contesto di un mercato aperto.

L’intelligenza artificiale sta diventando sempre più rilevante nel mercato del lavoro. Quali sono le vostre previsioni per il futuro occupazionale in Lombardia e quali cambiamenti vi preparate a fronteggiare?
Prevedere il futuro è complesso, ma stiamo studiando scenari che rispondano efficacemente a queste esigenze. L’introduzione dell’intelligenza artificiale, per esempio, accelererà la transizione digitale nel lavoro. Ciò si connetterà anche al tema del mismatch di competenze, la difficoltà delle imprese nel trovare le professionalità richieste. Questo fenomeno lo abbiamo osservato soprattutto in Lombardia. Se la forza lavoro calerà per ragioni demografiche, il problema è che il tessuto produttivo necessita di crescere. Non possiamo sprecare la formazione e dobbiamo sostenere le competenze specializzate che mancano a livello locale. C’è bisogno di una politica industriale che sviluppi un sistema sostenibile, ambientalmente e socialmente. Abbiamo bisogno di una strategia e di una riforma urgente del sistema formativo, per preparare lavoratori capaci di adattarsi e riciclarsi di fronte ai nuovi accessori e strumenti di lavoro. Occorre una connessione tra il mondo educativo e quello produttivo, evitando lo spreco di laureati che non trovano sbocchi professionali adeguati. L’esperienza con gli Its (Istituti tecnici superiori) e gli Tfs (Tirocini formativi specialistici) dimostra che percorsi di post-diploma che integrano l’istruzione con l’esperienza pratica nel settore aziendale funzionano bene, con tassi di occupabilità oltre l’80-85%. Abbiamo bisogno di pensare a politiche migratorie, perché avremo bisogno di alcuni profili professionali anche specializzati, che in Italia nessuno vuole fare più. Siamo la seconda industria europea e pensare che l’Italia viaggi soltanto di beni culturali e turismo è impossibile. Dobbiamo salvaguardare il tessuto produttivo.

Nel dibattito politico si è discusso dell’introduzione di un salario minimo. Che opinione avete in proposito?
L’Italia dovrebbe introdurre due misure per affrontare la povertà e le disuguaglianze salariali. La prima: il ritorno a un reddito di inclusione sociale più efficace rispetto all’attuale. La riforma che ha sostituito il reddito di cittadinanza è troppo debole, e stiamo parlando di milioni di famiglie in povertà assoluta. La seconda: sulla questione del salario minimo la discussione è aperta e le posizioni molto variegate. Noi crediamo che l’Italia ne avrebbe bisogno, ma con regole più complesse. Magari non fissato per legge, ma collegato alle soglie minime dei contratti più rappresentativi per settore. Si è parlato spesso di una cifra di 9 euro lordi all’ora, insufficienti per garantire una vita dignitosa in regioni come la Lombardia. Nei settori di cui parlavamo prima si viaggia sotto quella cifra, che non permette di vivere, di avere una casa, di pensare a costruirsi una vita.

(Foto ANSA/SIR)

Nell’ultimo anno si sono verificate le tragedie di Brandizzo, del cantiere di Firenze, della diga di Suviana e altre ancora. Sono segnali che devono preoccuparci?
Sì, perché negli ultimi anni gli incidenti mortali sul lavoro non sono mai diminuiti sotto i mille decessi annui, con un picco di quasi 1.500 tre anni fa. Ogni giorno si verificano in media circa tre morti sul lavoro. Da una parte il problema è culturale: abbiamo bisogno di costruire una cultura sulla sicurezza sul lavoro, dall’altra le imprese devono migliorare. La competizione eccessiva porta spesso a trascurare la sicurezza. La formazione e la legge 81 sono stati passi importanti, ma non sufficienti. Le nuove tecnologie potrebbero aiutare, specialmente in settori ad alto rischio, attraverso l’uso di sensori e altre misure preventive, ma queste soluzioni richiedono investimenti che non tutte le imprese, soprattutto le più piccole, possono permettersi. Dietro alla piaga degli infortuni c’è senz’altro anche il lavoro irregolare. Negli ultimi anni, l’implementazione del Superbonus ha portato all’arrivo di numerosi lavoratori poco formati, aumentando la necessità di cantieri più sicuri e regolamentati. Per questo la formazione adeguata dei lavoratori è essenziale. Un investimento che va da strumenti come caschi, scarpe antinfortunistiche a comportamenti nei cantieri e l’organizzazione delle varie liste degli appalti.

sicurezza lavoro
foto SIR/Marco Calvarese

Come si immagina il Primo maggio del 2025?
L’auspicio è di ritrovarsi a celebrare con già strategie concrete per la crescita e lo sviluppo sostenibile, in Italia e in Europa. Magari con un patto di stabilità che consenta investimenti strategici, inclusi quelli finanziati tramite debito comune, per accompagnare le transizioni ambientali e digitali. Tutti investimenti che prevedono la creazione di nuovi posti di lavoro e la riconversione di quelli esistenti.

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