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Vocabolario/15

Abusi, le parole della prevenzione: vittime secondarie

Sono famigliari, amici e comunità feriti dalle sofferenze inferte ai loro cari, che colpiscono più persone di quanto si pensi. Dall'ascolto alla richiesta di perdono, come agire nei loro confronti

a cura del Servizio Regionale delle Diocesi lombarde per la tutela minori e adulti vulnerabili

19 Febbraio 2026
ragazzi abbracciati

Significato

Quando ci si trova di fronte a situazioni di abuso, come spesso accade non si vedono immediatamente gli aspetti sistemici e di contesto (ambiente, cultura, istituzioni…) che lo favoriscono, così si dimenticano quelle che vengono chiamate «vittime secondarie». Si tratta di riconoscere e considerare famiglie, persone amiche, comunità che sono state ferite a loro volta per gli abusi che persone care hanno subito.

Isolare l’abuso, dimenticando le vittime secondarie, è uno dei modi ordinari per evitare di percepire e comprendere la profondità del male inferto. Ogni ferita inflitta a una persona nell’ambito ecclesiale provoca a sua volta disorientamento, sgomento, dolore, rabbia, disperazione, dubbi sulla fede e allontanamento dalla Chiesa. Il male dilaga e colpisce molte più persone di quante pensiamo. Produce un’onda di sofferenza che deve essere ascoltata.

Ascoltare. Familiari, amici, consorelle, comunità delle vittime, vanno ascoltate. Le domande radicali, dirette e indirette che pongono, ci provocano. Ci stupisce, ascoltandole, come la speranza e la combattività, scaturite proprio dal dolore patito, possano portare a un cambiamento concreto ed efficace nella Chiesa attraverso il riconoscimento di errori e omissioni.

Riparare. Dobbiamo riconoscere quanto sia urgente trovare vie di giustizia che comprendano forme di riparazione e di risarcimento morale, di opportunità di vita e in qualche misura economico.

Accompagnare. Si tratta anche di imparare a provvedere con persone e agenzie competenti, sempre con l’opportuno coinvolgimento del Consiglio pastorale della comunità, a offrire possibilità di accompagnamento non solo dei singoli, ma anche di famiglie e gruppi.

Chiedere perdono. Dovrebbe essere ormai chiaro quanto sia importante che qualcuno istituzionalmente, a nome di colui/colei che ha compiuto il reato, riconosca la ferita e il dolore e chieda chiaramente perdono.

Tenere presente chi è stato ferito, insieme alle vittime secondarie diventa un compito, anzi un dovere anche in obbedienza all’appello che papa Francesco lanciava nella Lettera al popolo di Dio del 2018: «La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Oggi siamo interpellati come popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura. Tale solidarietà ci chiede di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. […] L’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come popolo di Dio». 

Domande

Quali strumenti e forme possiamo mettere in atto per avere un effettivo e aperto ascolto delle comunità nella percezione anche dei “segnali” problematici?

Quali opportunità di accompagnamento rendiamo disponibili per singoli e gruppi?  

 Quali forme di confronto, nello stile della supervisione, stiamo attivando nella conduzione di comunità, associazioni, movimenti, équipe educative?

Strumenti

Luisa Bove (a cura di), «La fiducia tradita», ne Il Segno, febbraio 2024, pp. 28-35.

AA.VV., «Abusi nella Chiesa: la via dell’ascolto», in Aggiornamenti Sociali, febbraio 2026, pp. 88-104.

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