In questa stagione, tanti avrebbero raggiunto la Città santa. C'è delusione per un viaggio mancato. Ma pure amore che non teme lockdown. Una canzone tiene desto il desiderio

di Massimo Pavanello

The-Sun

«L’anno prossimo a Gerusalemme». È l’augurio che ci si scambia durante la Pasqua ebraica. Può essere così parafrasato: quest’anno siamo in esilio, ma il nostro Dio – l’anno prossimo – ci consentirà di essere nuovamente a casa. Perché Gerusalemme è un dono del Cielo. Non lo si può pretende.

Qualcuno chiama il voto, «una promessa sconfitta». Come l’orizzonte: più si cammina, più si allontana.

In questi mesi, tanti pellegrini avrebbero goduto della gioia di raggiungere la meta programmata. La caparra era stata versata. Mancava solo il saldo. Quasi una parabola della libertà, mai assoluta.

Il Corona-virus ha spettinato i sogni. Di nuovo «i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!». Un déjà-vu biblico. L’accesso prevede un’anticamera. Del resto, «Terra promessa» vorrà pure dire qualcosa.

La delusione per un viaggio mancato, è parzialmente lenita da una missiva che proprio da là arriva. E che protegge, con la sua umidità, il seme del desiderio. In attesa del germoglio. Latrice, è la rock band italiana “The Sun”. L’ultimo singolo – uscito a Pasqua 2020, in piena pandemia – si intitola proprio Lettera da Gerusalemme.

Francesco Lorenzi, il fondatore del gruppo, rivela che l’epistola «nasce dall’ascolto del grande mistero con il quale ogni persona in ricerca, prima o poi, si confronta: un Dio che si fa davvero uomo e che muore per l’uomo, scegliendo di andare fino in fondo e di amare come nessun altro».

Il brano prende spunto dalle vicende vissute da Gesù proprio a Gerusalemme. Vicende che dicono una donazione del Figlio, non conclusa nel tempo. «Perché – assicura il ritornello – per te darei tutto quello che ho/L’ho fatto e lo farò».

Pur scritta nell’estate del 2019 – lontano da ogni immaginazione del presente – il cantautore non fatica ad attualizzarla, affermando che «nei momenti di prova collettiva, la risurrezione di Cristo ci spinge oltre. Oltre noi stessi, oltre la paura. Lettera da Gerusalemme canta e sussurra questo abbraccio d’infinita tenerezza».

Il sound scelto dalla band, a sorpresa, non rimanda immediatamente alla loro tradizione rock. Nello spartito, compare una chitarra acustica arpeggiata, una di accompagnamento, una voce cantata piano e una leggera orchestrazione che aumenta di intensità in corrispondenza della frase centrale del testo. Rassomiglia più ad un dialogo intimo tra un genitore e un figlio.

Il parallelo è avallato da un video uscito in coppia con la canzone (cfr www.thesun.it ). Realizzato e animato con oltre 5000 disegni di Lisa Pizzato, immagina «la relazione visibile e invisibile tra l’Amore di Dio e una graziosa bimba che si apre alla vita e al mondo… simbolo di quel puro bambino che vive in ognuno di noi e attraverso il quale possiamo lasciarci amare e stupire da Dio, trasmettendo a nostra volta vita, colore, speranza, fraternità a tutti coloro che incontriamo».

L’eventuale procrastinato pellegrinaggio a Gerusalemme, brucia. Ma, come afferma Francesco Lorenzi, «se la tentazione di rattristarci ci farà visita, ricordiamoci fraternamente gli uni gli altri che abbiamo ragioni ben più forti per rallegrarci, con fiducia: Cristo è risorto e ci ripete ancora che è valsa davvero la pena dare la vita per noi».

Tanti pellegrini, quest’anno, si ritroveranno – loro malgrado – ancora ai piedi della salita per la Città santa. Ma una Lettera musicale sorregge la speranza di entrarci: «Solo credici, e se non riesci lo farò io per te».

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