Esce in Italia, proprio durante la Settimana Santa, Los Domingos, un film spagnolo che colpisce per la sua grazia silenziosa e la profondità con cui affronta un tema inusuale, intimo, quanto universale come “la vocazione”. Quella religiosa, in particolare, come scelta radicale, capace di scuotere non solo chi la compie, ma anche chi le sta accanto.
La trama
Al centro del racconto c’è Ainara, giovane diciassettenne, orfana di madre, interpretata con straordinaria sensibilità da Blanca Soroa, che vuole diventare monaca di clausura. Il percorso interiore, fatto di dubbi e slanci tipici dell’adolescenza, e inevitabili fratture con la famiglia, tra cui la nonna e il padre, si intreccia con lo sguardo critico della zia atea Maite (Patricia López Arnaiz). Una figura lucida e profondamente umana, ma incapace di accettare una scelta che le appare immatura e violenta.

La regia della spagnola Ruiz de Azúa, che si è guadagnata ben cinque premi Goya, si distingue per un’eleganza misurata, fatta di sottrazione più che di enfasi: sono i silenzi, gli sguardi e le tensioni non dette a costruire un racconto emotivamente stratificato.
La vocazione come scelta che interroga
Los Domingos non cerca risposte facili. Si muove con delicatezza dentro il conflitto interiore tra fede e affetti, tra chiamata interiore e responsabilità verso gli altri, sviluppati con estrema chiarezza nel confronto con il giovane padre spirituale (ottima figura) e la badessa del monastero. Ne emerge un film intenso e accattivante, capace di interrogare lo spettatore senza mai forzarlo, e di raccontare la vocazione non come rifugio, ma come scelta che divide, interroga e, inevitabilmente, trasforma.
Un’opera che resta, proprio perché ha il coraggio di non semplificare. Da vedere per poterne (finalmente) parlare.










