In una settimana cinematografica segnata dalla delusione di Lavoreremo da grandi, di e con Antonio Albanese, e la meraviglia hollywoodiana di Hamnet (per la regia della versatile Chloe Zaho) vale la pena segnalare un film passato sotto traccia nei giorni scorsi. Si intitola La villa portoghese ed è uno di quei titoli perfetti per un pomeriggio con tè e biscotti (cercate, ci sono alcune Sale della Comunità che lo fanno!).
La trama
Il primo personaggio che vediamo, Milena, non lo incontreremo più. Esce di casa e lascia il marito Fernando, professore di geografia e protagonista del film, senza addurre alcuna motivazione. Salto in avanti di qualche tempo. L’uomo si trova, per un tragico caso, a potersi reinventare la vita. Prende una nuova identità e si finge giardiniere di un’enorme villa posseduta da una donna di nome Amalia. Tra i due si instaura una relazione complessa, il rapporto lavorativo si trasforma in un’amicizia che fatica a tramutarsi in qualcosa di più, nonostante un velo di attrazione, proprio per i tanti non detti. Il passato di colui che fu Fernando, non scatena conflitti, ma rallenta l’evolversi dei rapporti umani.

Una cosa insolita per un film apparentemente convenzionale, ma imprevedibile nei significati profondi che esplora. La prima parte è caratterizzata da efficaci dialoghi sul tema delle mappe. Per conoscere veramente il mondo devi disegnarne a mano i confini, dice il professore. La villa portoghese cerca di sondare proprio i limiti dell’identità. Questa non sembra interessare molto ai personaggi. Non conta tanto chi sei, ma come sei. Una persona può cambiare nome proprio come cambia casa e al contempo può rimanere fedele a se stesso, aggrappandosi al proprio carattere buono, ai valori o allo sguardo sul mondo.
Così la regia di Avelina Prat evita tutto ciò che sembra scontato: non si tuffa nel romanticismo rosa, non scivola né nel thriller né nella commedia. Resta su un tono particolare, fatto di silenzi e arricchito da una curiosa scena di svelamento tramite il gioco delle carte. Un film posato, elegante, che ridefinisce la geografia dell’anima.













