Che cos’è la casa? Un “macchinario” a disposizione del benessere dell’uomo o un organismo costruito per essere un’estensione della vita interiore di chi la abita? Sono le domande che si ponevano la designer irlandese Eileen Gray e Jean Badovici, fondatore della rivista L’Architecture Vivante, mentre realizzavano un’opera d’arte architettonica: la villa E.1027, la Maison en bord du mer, un rifugio modernista edificato in Costa Azzurra.
Il nome è indizio della loro collaborazione: E per Eileen, 10 per la posizione nell’alfabeto della J di Jean, 2 per Badovici, 7 per Gray. Quel capolavoro catturò l’attenzione di Le Corbusier il quale dipinse sulle pareti bianche sia interne che esterne, senza il permesso di Gray, dei murali. La sua arte divenne celebre, quasi più dell’edificio.
La trama
E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare è un film che racconta questa storia con la libertà creativa dei suoi protagonisti. Sullo schermo si alternano numerose fotografie d’archivio con le ricostruzioni di finzione con attori. In alcune scene i dialoghi tra i personaggi si svolgono nell’ambiente spoglio di un palcoscenico. Diversi stili in lotta tra di loro proprio come la distanza concettuale tra Le Corbusier e Gray.

I registi Beatrice Minger e Christoph Schaub usano questa rivalità tra i due per parlare di arte e non solo. La E.1027 è un’estensione dei desideri più profondi della designer. Una rappresentazione della sua intimità. I colori che l’hanno invasa appaiono, in questa lettura simbolica, come un atto brutale. Uno stupro (architettonico) da parte di un uomo che ne è rimasto ossessionato a tal punto da imporre con la forza la propria visione. Un’invasione dello spazio privato della casa e della creatività, che oscurò per anni il genio della donna. Nel 1952 Le Corbusier, non potendosi imporre ulteriormente, costruì il suo Cabanon proprio accanto alla casa così da rovinarne l’isolamento.
Usando l’architettura il film si fa efficace metafora (anche se non troppo dinamica) della violenza sulle donne, del controllo e dell’invadenza negli spazi personali. La violenza può trovarsi ovunque, anche nell’arte.










