Presiedendo il Pontificale del giorno di Natale, l’Arcivescovo ha indicato nella venuta del Dio incarnato la fonte di un processo di amore che trasforma e migliora la storia dell’uomo

di Annamaria BRACCINI

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«Ogni giorno la cronaca ci sconcerta per l’orrore di cui gli uomini sono capaci. Come dire che il tempo della pienezza è giunto, se le contraddizioni in cui versa oggi l’umanità sono così difficili, così gravi, talora così tragiche? E non solo nel Medio Oriente e in Africa, ma anche qui tra noi, tra le nostre case, nella nostra Europa?».
In Duomo, nel giorno del Natale del Signore, è il cardinale Scola a dare voce alle domande che – forse mai come in queste ore che dovrebbero essere per tutti di gioia e di serenità – sono nel cuore di tanti.
Eppure «la pienezza del tempo», per usare le parole di Paolo nella Lettera ai Galati, con il Dio che si fa cerne, è giunto davvero, appunto perché è Gesù stesso.
Nel Pontificale presieduto dall’Arcivescovo e concelebrato dai Vescovi ausiliari Mascheroni e Martinelli e dai Canonici del Capitolo metropolitano, la riflessione sul senso vero della festa che si sta vivendo nella Cattedrale inondata della luce del giorno, ma soprattutto di quella del Dio Bambino, si fa consapevolezza del presente e, insieme, sguardo di speranza certa e affidabile sul futuro proprio in virtù «di questo singolo figlio primogenito, avvolto in fasce e posto in una mangiatoia», come è stato appena cantato nel Vangelo di Luca.
Infatti, pur di fronte ai tanti problemi che tutti viviamo, «con la nascita di Gesù nella nostra carne, l’Eterno è entrato nel tempo dando alla storia un significato e una direzione che la stanno portando al suo compimento», osserva il Cardinale che aggiunge: «l’uomo cammina sicuro quando sa dove andare».
Alla domanda che attraversa i secoli e «attanaglia noi uomini post-moderni assai sofisticati, che sento urgente per me e per tutti i cristiani», all’interrogativo che rode «il nostro cuore fino a ridurre il Natale a favola o mito», al dubbio che nulla sia cambiato con questa nascita divina e tutta umana, la risposta è sempre e comunque una: il coinvolgersi, giocando in prima persona la propria libertà e accogliendo il Signore.
Il suo “essere pienezza del tempo” è, infatti – suggerisce Scola – un processo. «Non c’è automatismo né fatalismo nella salvezza che è Cristo in persona, né tantomeno la possibilità di conoscere circostanze e fatti prima che avvengano», esiste solo la grande libertà di aderire al Signore. Per questo «la Nascita di Gesù inaugura la possibilità di un autentico umanesimo, sempre aperto al nuovo, comunque si presentino le circostanze». È «l’avvenimento di Cristo nella carne che consente di partecipare nel tempo e nel cammino umano alla sua presenza», scandisce il Cardinale.
Un cammino, anche per noi, di accoglienza e di offerta sull’esempio della totale donazione di sé del Signore che diviene, così, un processo di amore che apre agli altri: «Attraverso la condivisione effettiva dei bisogni e del dolore di tutti a partire dagli ultimi, attraverso l’appassionato ascolto e confronto con tutti i soggetti che abitano la società plurale e le loro diverse mondovisioni, attraverso una quotidiana pratica degli affetti ad imitazione di Gesù, attraverso la promozione del bene insostituibile del lavoro, attraverso l’appassionata educazione delle giovani generazioni, attraverso un’amicizia civica che tende a costruire riconoscimento e vita buona, i cristiani non intendono affermare se stessi, ma vogliono, al di là delle loro fragilità e dei loro peccati, lasciar trasparire Colui che compie la storia».
Per questo, conclude l’Arcivescovo, «le condizioni dell’umanità sono migliorate e continueranno a migliorare, perché il Figlio di Dio fattosi uomo continua a mobilitare la nostra libertà chiamata a lasciarsi coinvolgere dalla sua salvezza piena di amore». Poi l’augurio in italiano, inglese, spagnolo e francese affidato alle parole del beato Paolo VI, “Questo piccolo Gesù di Bethleem è il punto focale della storia umana; in lui si concentra ogni cammino umano”. Quel Bambino amato, «la novità singolare che fa la differenza specifica del cristianesimo».
E, prima della benedizione papale con l’indulgenza plenaria – “per facoltà ottenuta da sua santità Francesco” –, ancora un pensiero:
«Cerchiamo di prendere una mossa nuova di liberta nella preghiera, nel cuore, nella condivisione, nell’azione e soprattutto facciamo spazio il più possibile ad accogliere chi è nel bisogno; facciamo memoria di tanti fratelli che soffrono per la fede, come cristiani, come donne e uomini di altre religioni, come uomini che cercano la giustizia. Che oggi vi sia un momento espresso di letizia in ogni casa, che il dolore si vinto dalla tenerezza del Bambino Gesu».

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