Non è facile essere un’ispettrice per l’IGPN. Lo si capisce dal volto inquieto di Stéphanie (ruolo valso diversi premi all’attrice Léa Drucker) che opera in questo organismo disciplinare che vigila sull’operato della polizia francese. Le viene sottoposto il caso di Guillaume, il caso 137 che dà il titolo al film, un ragazzo giunto a Parigi per una manifestazione e ferito gravemente da agenti che gli hanno sparato con proiettili antisommossa.
La trama
Arrivare alla verità non significa solo dimostrare se il ragazzo sia innocente o abbia tentato un’aggressione, giustificando quindi la legittima difesa, ma affrontare le tensioni politiche che separano i cittadini dalle istituzioni e che fratturano gli organi di sicurezza stessi. Siamo ben oltre la domanda “Chi controlla i controllori?”. Gli strumenti per mettere un argine alle violenze delle forze dell’ordine deviate ci sono, ma il loro operato è percepito con sospetto sia dai civili che dagli organi di polizia.

La regia di Dominik Moll si interessa alla posizione scomoda di chi è garanzia sia per i cittadini che per i poliziotti onesti e per la credibilità degli organi di sicurezza, ma è mal vista da entrambe le categorie. I colleghi le fanno pressioni per non proseguire l’indagine, i civili non ne comprendono l’operato.
Più che un thriller, un genere più riflessivo
L’attualità de Il caso 137 è contenuta nella sua premessa di trama, ma è indebolita da alcune scelte. Il ritmo teso che ci si aspetterebbe è sostituito da un procedere estremamente riflessivo. È la differenza che passa tra un cinema inteso all’americana (quindi di impatto estetico) e quello francese d’autore, fatto soprattutto di domande lasciate allo spettatore.
Il limite del film, pur valido, sta proprio nel risiedere in un caso così specifico, legato alle proteste dei Gilets jaunes, senza mai provare ad allargare lo sguardo sulla realtà europea (e mondiale) in cui le manifestazioni si macchiano sempre più spesso di sangue. In un clima politico che invoca il pugno duro, Il caso 137 usa il cinema per ricordare che la “polizia della polizia” è un’importantissima difesa immunitaria per la democrazia.











