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In un tempo come il nostro, segnato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci anche sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui oggi si svolge l’attività umana. È dentro questa cornice che si colloca la Veglia diocesana del mondo del lavoro presso il TeatrOreno di Oreno di Vimercate (MB) il 29 aprile 2026 ore 20:45

di Don Nazario COSTANTE
Responsabile Servizio per la pastorale Sociale e il lavoro

Il titolo scelto – “Il lavoro dignitoso come via della pace. Dialogo e fraternità nei luoghi di lavoro” – non è soltanto uno slogan, ma una prospettiva decisiva per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Il lavoro umano, infatti, è per sua natura un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano, contribuendo non solo alla produzione di beni e servizi, ma alla costruzione stessa della società. Attraverso il lavoro si creano legami, si condividono saperi, si costruisce fiducia: è una vera e propria “grammatica della società”, un linguaggio che permette di collaborare anche senza conoscersi. In questo senso, il lavoro è una forma concreta di amore civile.

Proprio per questo oggi appare con maggiore evidenza la sua fragilità e, insieme, la sua responsabilità. Il lavoro si trova sempre più intrecciato con le dinamiche della guerra: le tensioni internazionali, l’aumento dei costi dell’energia, le scelte economiche e industriali incidono profondamente sulla vita delle famiglie e delle imprese. Ma c’è di più: l’intelligenza e la creatività del lavoro umano possono essere orientate tanto alla costruzione della pace quanto alla produzione di strumenti di distruzione. Qui si apre una questione decisiva, anche sul piano etico: costruire e ricostruire non sono la stessa cosa. Le civiltà si smarriscono quando finiscono per confondere il lavoro che edifica con quello che ripara i danni della guerra, senza interrogarsi fino in fondo sulle cause che li hanno resi necessari. La guerra distrugge ciò che il lavoro costruisce – vite, relazioni, ambiente – mentre la pace richiede uno sforzo continuo, paziente e condiviso, fatto anche attraverso il lavoro quotidiano.

Il lavoro, dunque, non è solo fatica, ma anche promessa: è partecipazione alla costruzione di un mondo più giusto, anticipo di un bene più grande. Oggi questa vocazione del lavoro appare messa alla prova, ma proprio per questo emerge con maggiore forza la sua verità più profonda. Il lavoro è chiamato a essere ciò che costruisce e non ciò che distrugge, ciò che unisce e non ciò che divide. È luogo in cui le persone si incontrano, collaborano, si riconoscono reciprocamente, contribuendo insieme a edificare la società. Il lavoro autentico genera comunità: non isola, ma connette; non oppone, ma crea legami. È spazio in cui si impara la responsabilità reciproca, si condividono competenze, si costruisce fiducia. Per questo il lavoro è una delle forme più concrete attraverso cui può crescere la pace.

Allo stesso tempo, il lavoro è chiamato a custodire: custodire la dignità di ogni persona, senza escludere o sfruttare; custodire la terra, evitando che venga piegata a logiche che la impoveriscono o la feriscono; custodire il futuro, orientando le scelte verso ciò che promuove la vita. In questo senso, il lavoro non è mai neutrale. Può contribuire a costruire relazioni giuste e una società più umana, oppure rischia di alimentare dinamiche che dividono e disgregano. Per questo è fondamentale riscoprirne il valore etico e sociale, riconoscendolo come luogo decisivo in cui si gioca la qualità della convivenza umana. Ritrovare il significato del lavoro come spazio di relazione, di cura e di costruzione del bene comune significa allora scegliere, ogni giorno, di stare dalla parte di ciò che genera vita. È questa la via attraverso cui il lavoro può diventare davvero cammino di pace. In questo contesto si inserisce la Veglia, che si colloca anche nel tempo della visita pastorale a Vimercate dell’Arcivescovo Mario Delpini. Interverranno don Walter Magnoni, docente di etica sociale, Francesco Riccardi, giornalista di Avvenire, e Laura Zanfrini, sociologa. Saranno inoltre proposte alcune testimonianze dal mondo del lavoro, segni concreti di impegno e speranza. A concludere la serata sarà la meditazione dell’Arcivescovo (scarica la locandina).

L’invito è rivolto a tutte le comunità cristiane e alle diverse realtà associative del territorio, perché possano vivere questa occasione non solo come momento di partecipazione, ma anche come opportunità per sensibilizzare i propri contesti e accompagnare con la preghiera il mondo del lavoro nelle sue fatiche e nelle sue speranze. Il lavoro non può perdere la sua vocazione alla pace, continua a chiamarci alla fraternità e a ricordarci che la guerra è un inganno, mentre solo la pace costruisce davvero il futuro.