Tra potenzialità inespresse ed esigenze disattese, a questa generazione “in cerca d’autore” è dedicato il “Rapporto sulla città 2013”, che comprende un contributo specifico del cardinale Scola

“Adulti giovani”, “Generazione X”, “Generazione perduta”, “bloccata”, “1.000 euro”. Persino choosy (o ciusi) e “bamboccioni”, per dirla con due ex ministri (Fornero e Padoa Schioppa). Le definizioni, per la classe di età dai 30 ai 40 anni, si sprecano. Ma sembrano accomunate dalla presenza di un’ambiguità o di una riserva di fondo. Di far luce sul composito universo degli «ultimi a essere entrati nella maggiore età prima dello scadere del XX secolo», coda della Generazione X, si incarica il Rapporto sulla città – Milano 2013, dedicato ai “Trentenni in cerca d’autore”. Giunto alla ventunesima edizione, realizzato dalla Fondazione Ambrosianeum con il contributo della Fondazione Cariplo ed edito da Franco Angeli, è stato presentato questa mattina nella sede dell’Ambrosianeum. Hanno presentato Marco Garzonio, presidente della Fondazione Ambrosianeum, e Rosangela Lodigiani, curatrice del Rapporto. Sono intervenuti Renato Mannheimer, fondatore Ispo (Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione), Maurizio Martina, sottosegretario del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e Gianfelice Rocca, presidente Assolombarda.

Come fare per restituire ai trentenni un briciolo di speranza e fiducia nel futuro in grado di alimentare il livello di benessere esistenziale minimo? La via, secondo Garzonio, è una: «Rendersi disponibili a mettersi in gioco come singoli e come gruppi», e cioè «una politica fatta di “idealità” e una rappresentanza “di servizio” alla collettività». Ancora: «Mandare in soffitta, finalmente, la “cultura del lamento”, perché è depressiva e corrosiva, porta a dar sempre la colpa agli altri, a recriminare, a rinfacciare, a far crescere e a saturare quel serbatoio di veleni che è il risentimento. Lamentarsi produce l’effetto perverso di lasciar le cose come stanno, dissuade dal buttarsi e mettersi in gioco». Spirito di servizio sopra ogni cosa, dunque. Anche perché, sottolinea Garzonio, «diversamente sarà il declino. Gli eventi politici a livello nazionale e lombardo di questi mesi sembrano suonare la campana dell’ultima chiamata».

L’allarme giovani che risuona in questi mesi in tutto il Paese rischia di fagocitare l’attenzione e di non far vedere come in difficoltà oggi non sono solo i giovani (le statistiche di solito parlano di chi è tra i 15 e i 25 anni o al massimo i 29 anni), ma anche quanti stanno già compiendo la transizione alla vita adulta, i trentenni appunto, che giovani non sono più, e che vivono difficoltà specifiche e proprie, non meno rilevanti, ma poco visibili e poco prese in considerazione. I trentenni sono infatti per lo più invisibili alle politiche cittadine, mal rappresentati da stereotipi semplificanti e negativi, non hanno il dovuto spazio di affermazione e riconoscimento nella vita sociale, economica, politica e civile cittadina, eppure costituiscono una risorsa fondamentale.

Sono numericamente ancora consistenti, in quanto toccati marginalmente dai processi di denatalità, in larga maggioranza occupati (anche se non sempre l’occupazione è buona!), produttori di ricchezza e di idee, fonte di capitale umano, relazionale e familiare, tessitori di socialità e di solidarietà. Dovrebbero rappresentare la pietra angolare dell’economia, della vita sociale e politica cittadina, linfa della nuova classe dirigente. Invece non sempre è così. Anzi.

In un contesto segnato dalla crisi per i trentenni, lavoro,famiglia, reddito, casa possono trasformarsi, da àncora di sicurezza e stabilità, in fattori di disuguaglianza. E non sono solo queste risorse (scarse) a rivelarsi problematiche: possibilità di conciliazione tra famiglia e lavoro, capacità di rappresentanza, fruizione degli spazi pubblici, opportunità di incontro e relazione costituiscono altrettanti bisogni e risorse che aumentano le disuguaglianze.

Stando alla sociologa Rosangela Lodigiani, il primo nodo vero della questione è più profondo. Perché i trentenni di oggi finiscono inesorabilmente assimilati in modo improprio ai “giovani” under 30 o addirittura agli under 25, o del tutto ignorati: «Dimenticati in quanto non più portatori di una propria specificità o indebitamente accomunati ad altri, il risultato non cambia: è il misconoscimento delle loro risorse, bisogni, aspettative», scrive Lodigiani. Né, quando se ne parla, si rende loro giustizia: etichettati col poco fiducioso epiteto di “generazione perduta” dall’ex premier Mario Monti, i 30-39enni vivono sulla loro pelle la difficoltà di problemi reali rinforzati dalla forza semantica di una definizione.

Tuttavia – sottolinea il cardinale Angelo Scola nel capitolo che chiude il Rapporto – emergono «le difficoltà di un quotidiano scandito dall’incertezza, dalla paura di perdere le sicurezze acquisite (per chi le ha raggiunte), dalla disillusione e dall’impossibilità di pensarsi nel lungo periodo, dalla (percezione di) solitudine e dalla mancanza di sostegno nelle politiche locali (per chi vede tali sicurezze come un traguardo ancora lontano). Fatiche che possono portare, nelle esperienze più dure, a sentirsi sopraffatti dal “mestiere di vivere”».

Il dibattito

«Un’autentica encicopedia dei trentenni». Questo il Rapporto per Renato Mannheimer, che ha invitato i politici ad attingervi a piene mani, aggiungendo: «Nonostante la situazione presenti elementi di difficoltà oggettiva, dall’analisi di questa generazione emergono anche alcune capacità in positivo: il ruolo delle donne, diverso rispetto a quello delle generazioni precedenti; l’innovazione nelle soluzioni abitative, di fronte a una città che tende a espellere i trentenni alla volta dell’hinterland; la capacità di creare rapporti sociali in modo alternativo, in particolare attraverso internet; l’esistenza delle giovani famiglie dislocate, ampiamente affrontata dal Rapporto; la capacità di guardare all’estero».

Maurizio Martina si è autodefinito «un 34enne anomalo, ma per molti versi mi riconosco in questa che è una generazione eterogenea, accomunata dal fatto di essere la prima generazione di maggiorenni a essersi misurata con l’euro, e dal fatto di ricordare come prime immagini di spazio pubblico le stragi di Capaci e via D’Amelio». Disorientata, ma non perduta, la generazione di Martina: «Esistono decine di esempi di ordinaria capacità di reagire e di sviluppare una funzione dirigente. Tra chi lavora a Expo 2015, decine di appartenenti a questa generazione lavorano a progetti in grado di fare la diffferenza. E proprio Expo 2015 è un’occasione per costruire un salto di mentalità».

Gianfelice Rocca ha sottolineato come la questione del lavoro sia centrale «per tutti, non solo per i trentenni»: occorre porsi il problema di «come lavorare tutelando, ma con la testa nel mondo, evitando che il mondo dell’impresa perda la voglia di fare» e con concretezza «sui nodi cruciali della semplificazione del credito, della defiscalizzazione, dei rapporti con la burocrazia, dell’apprendistato, del fare ricerca rendendo le nostre università competitive con quelle del mondo». «Bisogna partire da Milano e dalla Lombardia – ha concluso Rocca -, eliminare lacci e lacciuoli, rivalutare le energie e le libertà di cui i trentenni sono parte. Il tema vero è quello della crescita e della competitività». E la Lombardia, secondo Rocca, è perfettamente all’altezza del ruolo.

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