Il 20 giugno l’inaugurazione della casa dove Caritas Ambrosiana e Farsi Prossimo accolgono i rifugiati dell’Emergenza Siria: «Una tragedia del genere potrebbe capitare a tutti»

di Francesca LOZITO

Desio De Meo

Il giorno prima che Suraya lasciasse l’Italia Desio De Meo l’ha tenuta in braccio per l’ultima volta. È stata la mamma della piccola ad affidargliela. Un gesto con cui la donna ha voluto dire grazie a chi l’ha aiutata a mettere al mondo la vita che portava in grembo quando ha lasciato la Siria. E l’ha salvata dalla guerra. Quando lo racconta, De Meo, responsabile del Progetto Emergenza Siria per la Cooperativa Farsi Prossimo, si commuove: «In quel momento non capivo, non sapevo che il giorno dopo Suraya sarebbe partita. L’ho salutata così».

L’ala di Casa Nazareth in cui da circa un mese, a tempo di record, Farsi Prossimo ha messo in piedi una struttura di accoglienza per le famiglie in fuga dalla guerra e in transito da Milano verso il Nord Europa, porterà il nome della bimba nata un mese fa all’Ospedale San Carlo. Un segno di speranza per dire che la vita può ricominciare anche dopo aver vissuto l’orrore dei bombardamenti e della morte.

A Casa Suraya, che sarà ufficialmente inaugurata venerdì 20 giugno alle 16, lavorano dieci operatori, oltre ai volontari. Di questi, ben sette conoscono l’arabo e sono dunque in grado di parlare con gli ospiti siriani. Le camere possono ospitare in tutto 99 persone, i bagni sono separati per uomini e donne. In uno studio medico si svolgono le visite sanitarie. Ogni giorno un pasto caldo viene distribuito nella sala mensa. Per questi due aspetti Farsi Prossimo collabora con l’Opera San Francesco. Il costo della ristrutturazione dell’ala di Casa Nazareth in cui sta nascendo Casa Suraya è di 250 mila euro.

I bambini sono la metà dei 480 ospiti fino a oggi passati da via Salerio. Giocano a pallone nel giardino, sorridono finalmente: nessuno di loro sa l’italiano, ma abbozzano un timido «ciao». Le bimbe più piccole giocano con le volontarie. Una di loro va su e giù per il corridoio tenendo sulla mano una coccinella, e la mostra orgogliosa a tutti quelli che passano. «Questi bambini hanno visto cose incredibili – dice De Meo -. Sono sopravvissuti alle bombe e ai campi profughi: è giusto che ora possano avere un po’ di serenità e vivere le cose che si fanno alla loro età».

Basta poco, dunque, per accogliere chi sta viaggiando da mesi: un giardino, uno spazio per sedersi e parlarsi: «“Grazie per questo angolo di pace”, mi ha detto un ospite qualche giorno fa», racconta ancora De Meo. Anche perché occorre riprendere le forze per affrontare l’ultimo tratto di viaggio. Per raggiungere la mèta di approdo al Nord, evitando le insidie di chi, ancora, tenta di sfuttarli e approfittarsi di loro. «Quello che comprendi stando a contatto con i profughi di guerra – dice ancora il responsabile di Casa Suraya – è che una tragedia del genere potrebbe capitare a tutti, anche a noi. Allora per me “farsi prossimo” vuol dire proprio questo, aiutare in modo semplice, guardarli negli occhi quando li incontri nei corridoi. L’accoglienza inizia dai gesti semplici».

A raccontare queste persone sono le loro stesse storie. Quasi nessuno ha intenzione di rimanere nel nostro Paese: delle 2500 aiutate da ottobre a oggi da Caritas Ambrosiana e Farsi Prossimo nell’Emergenza Siria solo 7 hanno voluto rimanere in Italia.

Haitam è un giovane arrivato in Italia con la moglie, la cognata e il figlioletto di quest’ultima. Per otto mesi è stato fermo in Egitto: «Lì la situazione è davvero terribile». Vorrebbe andare in Germania o in Svezia, dove si trovano i suoi parenti. «Giorni buoni», definisce quelli vissuti in Italia, «il posto dove siamo stati accolti meglio». Viene dalla campagna di Damasco e racconta: «I razzi hanno distrutto le nostre case. Gobar, dove vivevamo, è stata rasa al suolo». Ogni giorno ascolta le notizie che arrivano da quella zona, aspro terreno di guerra tra governo e ribelli.

Suleyman invece viene da Duma, sempre nella campagna di Damasco. Lui se n’è andato un anno e mezzo fa. Stessa peregrinazione, dal Libano all’Egitto e poi in Italia. «Sono venuti a prenderci in mare»: così spiega il suo arrivo. Non avevano una destinazione precisa: «Volevamo arrivare in Unione Europea per trovare un Paese che ci accogliesse».

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