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L’Arcivescovo in Zambia

Radio Marconi cultura
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Zambia/5

Piantare la speranza: uno sguardo al termine del cammino in Zambia

Dal gesto di un alberello affidato alla terra di Mazabuka alle celebrazioni colme di canto, danza e partecipazione, il ricordo di monsignor Delpini dell’Africa incontrata

di Mario DELPINIArcivescovo di Milano

6 Gennaio 2026
L'Arcivescovo nella parrocchia di Santa Barbara

Tra i segni che mi hanno chiesto di lasciare in Mazabuka a ricordo della nostra visita ho piantato un alberello nel giardino della chiesa di Sant’Augustin.

Tutto era stato preparato con cura. Con danze e canti sono stato prelevato dalla casa parrocchiale e condotto fino alla buca che era stata scavata. Mi hanno consegnato una pianticella di un sempreverde estratta da un vaso. Ho collocato la pianta nella buca, ho innaffiato abbondantemente, ho riempito la buca di terra. È stata poi messa una rete di protezione per proteggere l’alberello dal rischio di essere calpestato.

Ho interpretato il rito come un segno di speranza. In questa terra è necessario, io credo, piantare la speranza. Credo anche che l’alberello crescendo offrirà ombra e frutto e suggestioni anche per il vecchio Occidente.

In questi giorni ho avuto però dell’urgenza di piantare la speranza in questo cuore dell’Africa.

Mi sono infatti reso conto di molti segni di sviluppo rispetto alla mia visita precedente.

Ho percorso strade nuove e ho chiesto: chi ha costruito queste strade? “I cinesi” mi hanno risposto.

Sono cresciuti come funghi centri commerciali e ho chiesto: chi ha tanto sviluppato il mercato? “I libanesi” mi hanno risposto.

La nostra «S. Ambros Mission» ha preso inizio intorno alla grande impresa della diga sullo Zambesi, la diga di Kariba. Ho chiesto: chi ha costruito questa diga? «Gli italiani» mi hanno risposto.

Siamo passati vicino a una grande fabbrica chimica e ho chiesto: chi è il padrone? «Una società francese» mi hanno risposto.

Tutt’intorno a Mazabuka si estende una enorme piantagione di canna da zucchero. Ho chiesto: a chi appartiene? «A una compagnia sudafricana» mi hanno risposto.

Ho celebrato la solenne Messa di inizio d’anno nella cattedrale di Monze da poco inaugurata e ho chiesto: chi l’ha costruita? «I coreani» mi hanno risposto.

Per le strade di Lusaka ho però visto la pubblicità di pannolini per bambini. Non ho visto invece la pubblicità di prodotti per far felici cani e fatti. Secondo voi chi potrà avere più futuro?

Per questo ho piantato un albero come si pianterebbe la speranza, per dire l’augurio: «Che alberi africani piatati in terra africana producano frutti per gli africani».

Ma gli angeli pregano?

In effetti degli angeli sappiamo poco. Spesso la liturgia ci invita a unirci alla preghiera degli angeli e dei santi. Quindi è certo che pregano gli angeli.

Come preghino, però non riesco a immaginarlo.

Infatti, si può pregare “senza il corpo”?

La preghiera dei figli degli uomini è parola, canto, danza, segno, gesto, posizione, luogo, sguardo.

Nelle celebrazioni di Itzhi Tezhi, di Mazabuka, di Monze, di Turn-Pike è importante il vestito: le donne, le bambine, i ministranti, il servizio d’accoglienza e d’ordine hanno cura abiti distintivi, si riconoscono alla vista, sanno dove collocarsi.

Nelle celebrazioni il canto, il ritmo della danza, il battere le mani, l’avanzarsi lento della processione che intronizza la Parola, che introduce la lunga processione offertoriale creano un ambiente di preghiera corale dove si abita senza fretta e si gioisce per contagio.

L’assemblea raduna frotte di bambini con occhi abitati dallo stupore e da una profonda malinconia; raduna molte donne che conoscono a memoria parole, musiche e ritmi; raduna uomini talora appassionatamente coinvolti, talora imbarazzati e distaccati. E anch’io, che non comprendo le parole, non conosco la musica e sono impacciato nei movimenti, mi sono sentito spesso più spettatore che partecipe.

La processione che accompagna il vescovo alla Chiesa, festosa di danze e di segni di lotta contro gli spiriti maligni, la processione dell’offertorio che offre il sostentamento ai celebranti con la concretezza dei doni per la vita quotidiana dicono una gratitudine oltre ogni merito e io mi sono sentito persino imbarazzato per questi segni di accoglienza certo motivati dalla fede, dal momento che per la gente io personalmente ero uno sconosciuto.

Insomma il movimento, la musica, il canto, sono le forme di una preghiera corale, festosa, coinvolgente.

Perciò mi sono chiesto se siamo capaci di pregare.

Nelle nostre assemblee sembra che il mutismo sia una forma di buona educazione.

Sembra che sia normale ignorare i testi e le musiche dei canti.

Sembra imbarazzante che cantino coloro che non sono parte del coro.

Sembra che sia stentato persino proclamare il credo e dialogare con il celebrante con le forme rituali, Sembra che sia esagerata la durata della celebrazione se va oltre il minimo.

Sembra che la qualità di una messa dipenda dalla qualità della predicazione.

Mi sono dunque domandato: immagino che gli angeli preghino anche senza il coinvolgimento del corpo, visto che sono “puri spiriti”; ma noi siamo capaci di pregare?

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