Si esita a raccontare la storia dei paesi che visitiamo percorrendo le strade della diocesi di Monze. La diocesi di Monze si trova in Zambia, nel cuore dell’Africa. In diocesi di Monze sono presenti come fidei donum della diocesi di Milano quattro preti. Per questo abbiamo organizzato questa “visita di benedizione” in questi giorni di capodanno.
Ma mentre si raccontano situazioni e impegni, problematiche e promesse, si stenta a raccontare la storia di questa terra.
È infatti una storia vergognosa per i paesi che, chi sa con quale diritto e con quale coscienza, sono venuti in questa terra con le loro mitragliatrici e i loro ingegneri e ne hanno preso possesso.
Se chiedete perché sono così definiti i confini con questa mescolanza artificiosa di tribù, vi rispondono: perché questo paese era una colonia (inglese o francese o belga o italiana: chi sa con quale diritto e quale coscienza).
Se chiedete perché ci sono queste strade, vi rispondono: perché ci sono miniere di rame e di oro che erano molto utili ai bianchi che si sono impadroniti, chi sa con quale diritto e con quale coscienza, di queste terre.
Se chiedete perché la corruzione è tanto diffusa e i soldi per le opere di interesse pubblico non arrivano a destinazione, vi rispondono: perché i ricchi di paesi stranieri, chi sa con quale diritto e quale coscienza, corrompono le autorità per disporre delle ricchezze del paese.
Io penso che questa terra non fosse un paradiso terrestre prima della colonizzazione. E tuttavia provo vergogna ad essere un “bianco” qui, tra le tribù che visito: sempre mi sento addosso uno sguardo in cui indovino risentimento, sospetto, invidia. “Io non c’entro niente” potrei dire. Eppure provo vergogna di essere un “bianco”, in questo paese saccheggiato dagli europei, dai cinesi, dai russi, tutti “bianchi”.

Percorro però con una certa fierezza le strade di questo paese per visitare i preti ambrosiani fidei donum. Raccolgo le loro testimonianze.
La parola del Vangelo, l’opera di Gesù che ha sconfitto il maligno e scacciato i demoni è veramente liberazione per una mentalità impaurita dalla persuasione di un mondo pieno di spiriti malvagi e pericolosi.
La promozione di un modo di celebrare festoso, danzato, affollato crea una liturgia senza fretta, un clima di gioia, una esperienza di Dio misteriosa, commovente, promettente.
Le fatiche, l’ingegno, l’impegno, le risorse dedicate a custodire e incoraggiare la vita di comunità che nei laici responsabili hanno riferimenti affidabili per la preghiera, la formazione, la solidarietà propone una “immagine di Chiesa” che ha tratti attraenti e insieme fragili, eppure istruttivi per le nostre Chiese.
Posso essere fiero dei nostri preti e fiero di appartenere alla Chiesa Cattolica, universale perché si lascia istruire dalla fecondità del Vangelo seminato in ogni terra.
Inoltrarsi nella modestia
Più si parla e meno si capisce; più si vede e meno chiara si fa la visione; più mani si stringono e si incrociano sguardi e meno ci si sente familiari. Incapaci di spiegarsi con le parole, inclini allo scambio di sorrisi cordiali, ma imbarazzati. Incerti sul significato attribuito ai gesti elementari. Partecipi di liturgie solenni e festose come rassegnati a restare estranei ai ritmi e alle parole, rassegnati ad aspettare che si concluda il canto.
Ecco: la modestia.
La modestia contrasta la tentazione di giudicare con criteri costruiti altrove la vita di una comunità, l’organizzazione di una parrocchia, il modo di pregare e di prendersi cura gli uni degli altri. Che posso capire io di un canto che muove il corpo, le mani, un’onda che agita l’assemblea? Che posso capire io della mano che mette nella cesta l’offerta insignificante? Che ne posso capire io del figlio con disabilità nascosto in casa? Che ne posso capire io della desolazione della donna senza figli?
La modestia contrasta la tentazione di osservare quello che hai sotto gli occhi raccogliendo dati, emozioni, immagini che servono solo a confermare i tuoi pregiudizi. I luoghi comuni si rivelano banali, persino offensivi. È proprio vero che i bambini “non hanno niente, però sono contenti”? È proprio vero che “per far crescere un uomo ci vuole un villaggio”? Già: quale villaggio? Quale crescita? È proprio vero che in Africa “le vocazioni sono tante, perché far il prete è una promozione sociale”?
Questa visita comporta lunghi viaggi, ma forse il viaggio più lungo e necessario è quello che si inoltra nella modestia.






