In Seminario la relazione di Giselda Adornato sull’episcopato milanese del cardinale Montini, la dedicazione della Biblioteca al cardinale Martini, la celebrazione di significativi anniversari di ministero e la Messa presieduta dall’Arcivescovo in Basilica, con l'invito ad «alzare lo sguardo alla Madonnina»

di Annamaria Braccini

Festa dei Fiori 2018

Alzare lo sguardo alla Madonnina e pregare ininterrottamente. È questo che l’Arcivescovo chiede ai moltissimi sacerdoti riuniti, come tradizione, ogni anno per la Festa della Madonna dei Fiori, in cui si presentano i candidati al Presbiterato 2018 e si ricordano alcuni anniversari sacerdotali.

Si festeggiano così i 25, 50, 60, 70, persino 75 anni di Messa (erano presenti monsignor Alfredo Francescutto, ordinato nel 1948, e monsignor Giuseppe Cardani, divenuto prete nel 1943). Ad accompagnare la mattinata e quasi a vegliare con la sua esemplarità di santo (il 19 maggio verrà annunciata da papa Francesco la data della canonizzazione) è Paolo VI, Giovanni Battista Montini, il cui episcopato milanese (1958-1963) è stato delineato da Giselda Adornato, studiosa e consultore della Causa di beatificazione e canonizzazione. Nella grande Aula Paolo VI ci sono anche il cardinale Angelo Scola (che “compie” 15 anni di Cardinalato) e monsignor Adriano Caprioli, di cui ricorre il ventesimo anniversario di ordinazione episcopale.

Gli anni milanesi di Montini 

Subito, nelle parole di Adornato, la modernità e profeticità di Montini appaiono evidenti in alcuni passaggi chiave dell’Episcopato ambrosiano, «vera e propria palestra pastorale» del futuro Papa: «Da vescovo, Montini vuole riabituare la gente a “pensare Dio”, con la concretezza dei progetti e delle opere. Ecco la sfida di Milano. Che per l’Arcivescovo è il simbolo emblematico del più generale momento di transizione della civiltà odierna: la Chiesa deve “seguire, guidare e precedere il progresso dei tempi”».

Insomma, un Pastore-padre, un poco intimorito dalla grande metropoli, che seppe tuttavia interpretare in modo sapiente e, appunto, in anticipo rispetto ai tempi. Un’iniziativa per tutte: la Missione di Milano del 1957. E, poi, l’amore per il sacerdozio, sul quale si sofferma la studiosa che si rivolge direttamente al folto clero presente. Non usava, infatti, parafrasi, il futuro santo, invitando i suoi preti ad abbandonare atteggiamenti di comodo: «La preferenza alla propria libertà, il calcolo del minimo sforzo, l’arte d’evitare le noie, il sogno d’una solitudine dolce e tranquilla, la scusa della propria timidezza, l’incapacità sorretta dalla pigrizia, la difesa del dovuto e non più, gli orari protettivi della propria e non dell’altrui comodità, e così via». E ancora: «Il Sacerdozio o è vissuto ad alta temperatura, ed è una bellissima cosa che riempie di gioia coloro che lo vivono, o è vissuto in una temperatura calante e tiepida ed è una pesantissima cosa».

Chiara l’indicazione dei rischi anche per l’oggi che – seppure con accenti ovviamente diversi -, torna nell’omelia di monsignor Delpini nell’Eucarestia presieduta nella basilica interna al Seminario, a cui assiste il cardinale Scola e che viene concelebrata da 9 Vescovi e oltre 300 preti. Il saluto iniziale è affidato al rettore, monsignor Michele Di Tolve, che spiega: «Questa è una “Festa dei Fiori” profumata dalla santità per la canonizzazione di Paolo VI, il quale, nella Messa crismale del 1960, raccomandava l’urgenza di tornare a essere sacerdoti novelli. L’abitudine ci può umiliare, mentre la necessità di essere santi è un’esigenza del mondo moderno. Non è la scienza che salva il mondo, ma è la misteriosa virtù che passa attraverso di noi e che non è nostra. C’è solo una possibilità di fronteggiare i problemi: essere santi. Il nostro sacerdozio sarà misurato non dai risultati, ma dalla persuasione e dalla nostra fede».

La celebrazione eucaristica

«Coloro che alzano lo sguardo e vedono il segno grandioso, la donna vestita di sole che appare in cielo, sono invasi da una gioia invincibile e misteriosa; sono affascinati da una bellezza che trasfigura la vita, sono contagiati da una gratitudine che vuole farsi canto, si sorprendono che sia praticabile la parola dell’Apostolo “Siate sempre lieti e rendete grazie in ogni cosa”. Infatti il segno grandioso che appare in cielo avvolge di luce e conferma la salvezza a partire da Dio e la potenza del suo Cristo», dice l’Arcivescovo in riferimento al brano appena proclamato del Vangelo di Luca 11.

«I nostri padri hanno fuso nel bronzo questo segno, mettendo la donna vestita di sole in cima al Duomo. Forse lo hanno fatto perché temevano che i milanesi se ne dimenticassero, troppo spaventati e distratti dalla frenesia degli affari da portare a buon fine, smarriti dal complicarsi della vita e dal trasformarsi della città. Alzate lo sguardo, dice il Duomo, guardate il segno grandioso, lasciate che vi contagi la danza delle stelle. La Madonnina porta in cielo tutta la storia, la cronaca spicciola dei milanesi, dei turisti, dei mendicanti, di tutto il mondo; le storie gloriose e dimenticate di tutti i santi scritte nel marmo di Candoglia che raccontano di torture e martìri, di povertà e di peccati, di parole memorabili e di carità».

Ma di cosa è fatta la gioia della Madonnina? Di quella che viene definita “la beatitudine del piuttosto”, contro quella dell’ovvio, delle tante gioie banali che abitano i nostri giorni e discorsi che definiscono non certo «la festa che vogliono i Candidati 2018», il cui motto è, con la pagina di Luca al capitolo 15, “… E cominciarono a far festa”. «La beatitudine del piuttosto si alimenta della docilità alla Parola di Dio che dona la pace, che dà gioia senza sottrarre alle inquietudini e alle persecuzioni, che rende partecipi della salvezza di Dio. Rende possibile la festa senza evitare il pungolo dell’avversativa, senza sottrarre alla responsabilità del discernimento. La beatitudine del piuttosto conosce la pratica e ne custodisce lo splendore; attraversa tutti i tempi e le età, le stagioni del Ministero in tutte le situazioni che conosce il cielo di Milano».

Da qui la consegna ai sacerdoti: «Immagino che i preti che hanno alzato lo sguardo possano ripetere l’invito dell’Apostolo: pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie, se volete essere stelle che danzano intorno alla Madonnina. Pregate quando siete giovani e quando siete vecchi, quando siete vicini a chi nasce o a chi muore, quando siete festeggiati e acclamati o impopolari e osteggiati da tutti. Ecco il segreto per essere beati. Dobbiamo imparare a immergerci nel roveto ardente che ci trasforma in fuoco, e sperimentare quale sia la gioia che fa danzare le stelle».

Poi, nel quadriportico del Quadriennio teologico, la festa della presentazione dei 23 diaconi che diventeranno preti in Duomo il 9 giugno, con musica e animazione.

L’intitolazione della Biblioteca al cardinale Martini

Ma anche un altro momento, che ha aperto la Festa dei Fiori 2018 è stata, a suo modo, una gioia con l’intitolazione della Biblioteca al cardinale Martini, alla quale egli donò poco meno di 20 mila volumi. La presentazione del direttore, don Virginio Pontiggia, precede la benedizione della targa marmorea su cui si leggono queste parole dell’Arcivescovo scomparso nel 2012: “L’intelligenza va coltivata, affinata, educata, illuminata dal Vangelo perché da semplice intuizione globale divenga penetrazione dei fatti è dei significati”.

«La fisicità di tenere in mano un libro, costringe all’attenzione e disperde le molte chiacchiere della rete e, quindi, la biblioteca diventa la possibilità di un rapporto più concentrato con gli autori. Essa è il luogo in cui dormono i sapienti, dove ascoltare un sapere accumulato per secoli. Sotto l’intercessione del cardinal Martini, è un invito ai seminaristi perché utilizzino al meglio questa biblioteca, dove consultare un libro per volta», osserva Delpini.

 

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