La paura come sentimento diffuso, soprattutto di fronte all’immigrazione, è stato il tema sul quale si sono articolate le riflessioni dell’annuale Convegno della Mondialità, al quale è intervenuto l’Arcivescovo. «Il rimedio alla paura che rende folli è la sapienza che rende sapienti nella logica evangelica del buon Samaritano»

di Annamaria Braccini

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“La paura ci rende folli”. L’espressione di papa Francesco, pronunciata durante il volo che lo portava alla GMG di Panama, è semplice, ma nasconde un mondo di sentimenti, di inquietudini, di incapacità di essere umani. Il tradizionale Convegno Mondialità, concluso dall’Arcivescovo e promosso, come sempre, dalle Pastorali dei Migranti e Missionaria e da Caritas ambrosiana – presenti i responsabili, don Alberto Vitali, don Maurizio Zago e Luciano Gualzetti – si intitola proprio con le parole di papa Francesco. Nell’affollata Sala Pio XII del Centro pastorale di via Sant’Antonio, ci sono tanti operatori e giornalisti, perché l’incontro è promosso in collaborazione con la sezione lombarda dell’Unione Cattolica della Stampa Italiana.

Monsignor Mario Antonelli, vicario episcopale per l’Educazione e la Celebrazione della Fede (in prima fila siedono il vicario generale monsignor Franco Agnesi e monsignor Luca Bressan, vicario episcopale la Carità, la Cultura, la Missione e l’Azione Sociale), osserva: «La paura propizia follie che attentano al convivere civile nella città dell’uomo, alimenta insensatezze che, se non violano il dettato della Carta costituzionale, palesemente ne stropicciano quel senso profondo che attinge alla dedizione e al sangue di padri e madri che hanno fatto l’Italia e l’Europa. Chi ha paura scava tane e non fa che sentire rumori, così, la tana più rassicurante si trasforma nel peggiore incubo». L’invito, per sfuggire a tali derive, è a seguire la via del Vangelo.

Le analisi del fenomeno “paura”

Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia (il Convegno è moderato da Daniele Bellasio, caporedattore di Repubblica), spiega: «Il giornalismo in Italia ha il problema genetico di affrontare le questioni con la lente delle ideologie. Questo giornalismo di militanza – la stampa cattolica è, in questo, in controtendenza -, vuol dire un giornalismo di pregiudizio. È poi c’è il problema del linguaggio. Se ognuno di noi si avvicinasse alla verità, con continenza, rispetto delle persone e modestia, avremmo meno illeciti deontologici. Il giornalismo non è militanza, è essere portatori di valori».

Paola Barretta, dell’Osservatorio di Pavia e coordinatrice dell’Associazione “Carta di Roma”, presentando molti dati, rileva il ruolo fondamentale ricoperto dai media nel fomentare le paure. «Nell’informazione, l’agenda della politica è diventata l’agenda delle migrazioni. Basti pensare che, su 7 telegiornali nazionali di prima serata, nel 2018 vi sono state 4058 notizie sull’immigrazione, 300 in più rispetto al 2017, mentre, sui giornali, è drasticamente calata la comunicazione relativa agli argomenti dell’accoglienza (54% nel 2015, 17% nel 2018)».

C’è, poi, il problema dell’ignoranza su questo tema. «Gli italiani si posizionano sempre al primo posto rispondendo che la presenza di stranieri nel Paese rappresenta il 30% della popolazione totale, mentre è al 7%».

Concorde Ferdinando Fava, antropologo dell’Università di Padova, che analizza «le molte paure umane, in che modo la paura è stata associata ai migranti e come contrastarla».

«Non dobbiamo avere paura delle paure, perché possiamo smontarne i meccanismi. La paura emerge e riecheggia dalle posizioni che occupiamo nella gerarchia sociale e bisogna analizzarle in riferimento al nostro orizzonte culturale. Attraverso frasi e luoghi comuni, comprendiamo le ragioni della paura. Stereotipizzare i migranti, con la banalità della comunicazione, è un problema gravissimo e una responsabilità. La fabbricazione continua, nello spazio pubblico, della paura, crea la minaccia che scarica sui migranti, come capro espiatorio, ogni colpa. Lo stigma, come il riferimento al colore della pelle, rende la persona meno umana e non permette la relazione».

Come contrastare tutto questo? Due le strade possibili, «portare alla luce i meccanismi che ci rendono schiavi – i muri che sono nelle nostre teste e nei nostri cuori -, e coltivare la speranza riannodando la possibilità di legami e riconoscimenti reciproci come persone».

Dalle buone notizie che, ogni martedì, sono comunicate nell’omonimo supplemento del Corriere della Sera, – ne parla Paola D’Amico con la bella storia di accoglienza e integrazione del giovane Issa – al filmato che racconta la Milano del farsi prossimo, accompagnati da Giacomo Poretti (una sintesi delle 4 puntate realizzate dal famoso giornale di strada Scarp de’ Tenis, come racconta il direttore Stefano Lampertico e andate in onda su Tv2000), si arriva alle conclusioni del vescovo Mario. La stoltezza, la sapienza e l’estasi, interpretate alla luce della Scrittura, sono i punti-cardine del suo intervento.

La riflessione dell’Arcivescovo

In primis, appunto, la stoltezza: «La stoltezza che Gesù rimprovera è mettere la propria sicurezza nella proprietà: la paura, le molte paure del futuro, degli imprevisti, della povertà inducono a quella forma di follia che è l’accumulo, una sicurezza illusoria. Porre le propria sicurezza nelle ricchezze impedisce di accogliere la vocazione alla sequela di Gesù che chiede, come condizione, la rinuncia radicale, rende insensibili alle povertà dell’altro e impedisce la compassione. La radice della stoltezza che induce a porre la propria sicurezza nelle ricchezze è la distanza da Dio. La ragione radicale della paura, è attaccarsi al presente perché si ha paura della morte e Dio non esiste».

Il rimedio a tutto ciò è la sapienza. «Il sapiente sa interpretare le cose e dare loro il giusto peso con buon senso. Il rimedio alla paura che rende folli è il buon senso che rende sapienti». Eppure, ancora non basta: occorre andare oltre, suggerisce l’Arcivescovo.

«La Sapienza, il pensiero, il ragionamento, la cultura come elementi capaci di contrastare la paura, hanno bisogno di una sapienza supplementare, più grande del buon senso. Forse, si può descrivere la condizione spirituale di chi si lascia condurre dallo Spirito, seguendo Gesù che offre se stesso, come estasi».

Ma come reagire a quei comportamenti e modi di esprimersi che sono sfoghi, espressioni di rabbia, di rancore, di emotività alterata, di slogan gridati?

«La paura non è frutto di un ragionamento, non è la considerazione che si fa a conclusione di una ricerca che raccoglie dati con l’intenzione di comprendere un fenomeno. Perciò dubito – sottolinea il Vescovo – che ragionamenti e ricerche possano essere la terapia per sconfiggere la paura. Forse la via promettente è l’estasi, quell’accogliere Gesù che riempie la casa di gioia»:

«In questo momento c’è bisogno di persone che sentono ardere nel loro cuore il fuoco di Pentecoste, la potenza del Signore risorto, sapendo che ci si espone al rischio di essere considerati dei folli. C’è bisogno di gente che, di fronte a uno sconosciuto massacrato dalla storia, provi compassione e se ne faccia carico, senza troppo indagare chi sia il colpevole e che cosa dovrebbero fare gli enti pubblici. C’è bisogno di gente che non vive calcolando il dare e l’avere, ma segue lo slancio della gioia e si affida al vento amico che spinge al largo. C’è bisogno di gente che, di fronte all’appello dei poveri, si fa avanti per servirli, di fronte alle contese, si mette di mezzo per seminare pace, di fronte ai problemi di dimensioni planetarie che insinuano la frustrazione dell’impotenza, invece di lasciarsi cadere le braccia, pratica il gesto minimo che gli è possibile e si entusiasma nella persuasione di contribuire anche così ad aggiustare il mondo. Alcuni, forse, diranno di voi: sono fuori di sé: noi diciamo: sono discepoli di Gesù».

E, alla fine, riflettendo sul dramma sfiorato dello scuolabus dato alle fiamme qualche giorno fa, l’Arcivescovo osserva: «Al di là delle polemiche del dare o togliere la cittadinanza di fronte al gesto di una persona chiaramente squilibrata, che mi sembra una reazione emotiva, ciò che mi ha colpito è il gesto di quella automobilista che, vedendo uno dei piccoli che si era ferito nello scappare dal bus, si è fermata, ha chiamato l’ambulanza e ha prestato i primi soccorsi. Così come il fatto che tutto un paese si sia messo a disposizione È la logica del buon Samaritano». Insomma, la traduzione concreta del gesto minimo e della via del Vangelo.

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