Il tema de rapporto tra l’oratorio e la vocazione è stato al centro dell’Assemblea diocesana della FOM. Diversi interventi e testimonianze hanno approfondito la questione nei Lavori aperti dall’intervento dell’Arcivescovo che ha definito l’oratorio «un luogo privilegiato per testimoniare e vivere la normalità del bene»

di Annamaria Braccini

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“Qua ci si gioca”. L’allusivo titolo dell’Assemblea diocesana della Fondazione degli Oratori Milanesi, che mette a tema il rapporto tra vocazione e oratorio – luogo dove, appunto, si gioca, ma soprattutto nel quale ci si gioca in prima persona – già delinea il senso complessivo di un ritrovarsi annuale che segna nuove vie, prospettive, sentieri su cui camminare. Anzitutto, nella logica della vocazione universale che, pur nei diversi stati di vita scelti, deve definire ogni esistenza autenticamente cristiana.«Ha ancora senso parlare di vocazione, mentre sembra che molti vogliano determinare la propria vita senza una direzione?», si chiede don Stefano Guidi, direttore della FOM, presentando il senso dei Lavori che si tengono, con l’intervento dell’arcivescovo Delpini, presso il Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso, presenti anche il rettore del Seminario, monsignor Michele Di Tolve, il presidente della stessa FOM, don Samuele Marelli, i responsabili dei Settori di Pastorale giovanile e vocazionale. Tanti i sacerdoti, le religiose, i responsabili di oratori, gli educatori che non hanno voluto mancare a questo appuntamento nel quale si approfondiscono i temi oratoriani nella prospettiva del Sinodo dei Vescovi sui Giovani dell’ottobre 2018.

«Occorre recuperare un rapporto tra oratorio e vocazione – prosegue don Guidi –, perché, forse negli ultimi anni, abbiamo dato per scontato che la vocazione sia un qualcosa da adulti o da giovani, non per i ragazzi. Invece, è possibile recuperare questo legame nella linea di una Pastorale che sia ordinariamente vocazionale, uscendo dalla retorica e cercando una grammatica nuova per parlare della vocazione stessa. Questa mattinata vuole offrire la possibilità di avviare una riflessione che ci permetta di cogliere quando l’oratorio diventa intrinsecamente vocazionale».

L’intervento dell’Arcivescovo

Il tema della vita come vocazione mi sta «molto a cuore», dice subito monsignor Delpini che prende avvio da una bella immagine simbolica. «Il ragazzo timido esita a tentare la corsa per lanciare nel cielo il suo aquilone. Si domanda se saprà correre abbastanza veloce, se l’aquilone resisterà, se il suo sarà un fallimento. Ma un aquilone vola perché si affida al vento». Un vento che è il soffio dello Spirito. «È la Grazia che tiene vivo l’uomo, infatti, non siamo noi che possiamo programmare l’altezza della nostra vocazione o della carriera. I figli degli uomini vivono solo se si affidano al vento, cioè se si affidano alla Grazia, lasciandosi portare da quella potenza misteriosa e affascinante che è lo Spirito di Dio».

Un’attitudine – questa – a vivere con semplicità l’esistenza come affidamento. Ma è proprio questo principio, suggerisce l’Arcivescovo, «a essere del tutto estraneo alla cultura contemporanea, anche in coloro che lasciano in sé spazio a Dio. Il tempio diventa il luogo circoscritto dove abita il Signore, ma questo è lo svuotamento del cristianesimo, perché la vita intera deve essere affidata alla Grazia e siamo noi il tempio dello Spirito santo».

Cosa si intende, allora, per vocazione? Due le “forme alternative” che identifica Delpini: «O la vita è una parte da recitare in questo dramma che è l’esistenza e la storia umana – la recita di un copione già scritto –, o è una poesia da scrivere giorno per giorno».

Come a dire che non si può ridurre tutta la ricerca vocazionale a una predestinazione.

«Questa interpretazione fa torto alla creatività di Dio, che non ci ha creato schiavi, e anche alla nostra stessa libertà. Eppure è una visione ancora frequente nel linguaggio ecclesiastico, mentre l’unica volontà di Dio è renderci felici e salvati».

Il riferimento va all’Inno della Lettera agli Efesini: “In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi, mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà”. «La vita così diventa vocazione nel dialogo con questo Dio che mi ama. Ciò che trasforma una scelta dello stato di vita in una vocazione è il criterio evangelico».

Da qui un terzo passaggio: «Questa seminagione del Vangelo è la chiamata universale che porterà frutto in base al terreno che accoglie il seme».

Chiarissimo, in tale orizzonte, il ruolo autentico dell’oratorio, così come «è stato immaginato, almeno fin dai tempi dal cardinale Ferrari, quale terreno adatto a far maturare la vocazione».

Non un terreno tuttavia, per così dire, garantito e non solo per le tante insidie che possono circondare oggi le realtà oratoriane e «che ci preoccupano molto», osserva monsignor Delpini.

A quali condizioni l’oratorio può vivere la sua vocazione originaria, dunque?

Quattro le risposte: «L’esperienza che l’oratorio sia un luogo dove ciascuno si sente accolto, atteso, rispettato da Dio. Bisogna rispettare l’attenzione alla persona in nome di Dio, che significa che il criterio con cui guardare chiunque entri in oratorio è l’amore universale del Signore».

Evidente quanto ciò sia importante quando l’oratorio accoglie giovani di diverse religioni e convinzioni. «Il fatto di essere mandati come preti ed educatori di oratorio in nome di Dio non indica l’efficienza, né la simpatia, né un interesse qualsiasi. Ognuno deve essere stimato per quello che è, in quanto persona».

Poi, la preghiera: «l’organizzazione architettonica, l’impostazione dell’orario, l’esemplarità dei più grandi possono essere forme eloquenti di invito a percorrere il sentiero libero della “preghiera” o anche del “silenzio”. L’oratorio non è uno spazio dove si esercita un mestiere, ma dove si partecipa a un progetto educativo. Il tema dell’insegnare a pregare è irrinunciabile».

E ancora, l’accompagnamento dei ragazzi nell’assunzione di responsabilità come esperienza dell’ “essere capace”. Nasce in questo modo la stima di sé. «A volte nessuno chiede ai ragazzi, che hanno potenzialità straordinarie, di farsi avanti, invece, dobbiamo farlo: anche questo è un elemento determinante. L’altezza della vocazione si rivela una possibilità affascinante e una promessa realistica entro un progressivo conoscersi come meritevoli di stima, adatti alla vita, alla santità, alla gioia».

Infine, la benedizione che l’oratorio esercita testimoniando l’esperienza della “normalità del bene”. «Per vivere la propria vita come vocazione bisogna avere fiducia. Oggi pare straordinario dire che il bene c’è, esiste, ma è così. Il cucciolo dell’uomo si azzarda all’esplorazione del mondo e alla gioia di vivere se si sente rassicurato dalla presenza dell’adulto su cui sa di poter contare. Lo sviluppo armonico di personalità promettenti è favorito da ambienti in cui è abituale trovarsi bene, sperimentare che chi può aiuta gli altri, che le attenzioni sono disinteressate e limpide, che le persone sono affidabili, che chi sbaglia è corretto più che punito, L’oratorio, con il suo impegno a propiziare l’esperienza della normalità del bene, è terreno favorevole perché il buon seme porti molto frutto».

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