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“Pietre d’inciampo”, per non dimenticare le vittime del nazifascismo

A Milano quelle posate davanti a case e palazzi, tra le vie della città, sono ormai più di 250: pochissime rispetto alle centinaia e centinaia di persone arrestate, deportate e uccise nei lager, perché di “razza ebraica” o per essersi opposti a Hitler e Mussolini. Molte sono state collocate anche in paesi e città della Diocesi

di Luca FRIGERIO

23 Gennaio 2026

Si chiamano «Pietre d’inciampo», ma non sporgono dal selciato. Eppure è proprio quello che vogliono essere: dei segnali, degli «inciampi» della coscienza e della memoria per coloro che passano distratti o di fretta, affinché sappiano o si ricordino che proprio in quella strada, proprio in quel palazzo, oltre 80 anni fa, in piena seconda guerra mondiale, abitava una persona come tutte le altre, ma che per motivi razziali, o politici, o di orientamento sessuale, fu portata via di nazifascisti, rinchiusa in un lager e non più tornata, assassinata dopo atroci sofferenze.

A Milano attualmente le Pietre d’inciampo sono 255: 12 nuove sono state posate nei giorni, altre 9 saranno collocate il prossimo 12 marzo. Tante, ma pochissime rispetto alle centinaia di cittadini che sono stati deportati e assassinati, solo nel capoluogo lombardo, tra il settembre 1943 e l’aprile del 1945.

Uomini e donne. Adulti, vecchi, giovani, bambini. Intere famiglie, sterminate. La cui unica colpa era appartenere alla «razza ebraica», come era scritto sui loro documenti. E insieme a loro, quelli che non si arresero a questa barbarie e alla dittatura: uomini e donne che hanno lottato, antifascisti e democratici, partigiani e resistenti, civili e militari, laici e religiosi che si sono prodigati per salvare profughi e perseguitati. Tutti spariti, inghiottiti e stritolati dalla macchina di morte di Hitler e di Mussolini.

L’idea di collocare delle «pietre d’inciampo» nelle strade delle nostre città, davanti alle case di questi martiri del XX secolo, non è di uno storico, né di un sopravvissuto, ma di un artista. È stato infatti l’architetto tedesco Gunter Demnig a inventare questa particolare «installazione», una trentina di anni fa: si tratta di cubetti di sasso di dieci centimetri di lato, con la faccia superiore rivestita in ottone, sulla quale è inciso il nome della vittima, la data della sua deportazione e quella della sua uccisione, con il luogo dove avvenne. Un autentico monumento alla memoria, il cui nome è stato ispirato da un versetto della Lettera ai Romani di san Paolo: «Ecco, io metto in Sion un sasso d’inciampo e una pietra di scandalo»

Oggi le Pietre d’inciampo, che hanno superato il numero di settantamila, sono presenti in oltre duemila città in tutta Europa: ovunque l’oppressione e l’occupazione del nazismo e del fascismo abbia causato vittime, deportazioni, morti. E anche in Italia sono state sistemate in diverse città: molte sono proprio in terra ambrosiana.

Per una volta, dunque, val la pena di girare per Milano e per le altre città con lo sguardo rivolto verso terra. Da soli, in gruppo, con una scolaresca. Per compiere un pellegrinaggio della memoria, una dolorosa Via Crucis, dove a ogni «stazione» si rinnova dolore e sgomento per le vittime innocenti, ma anche gratitudine e riconoscenza per quanti hanno sacrificato la loro vita per gli ideali di libertà e democrazia.

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