Dal 1864 proprietà del Comune di Milano, nel 1993 ceduta ad uso gratuito all'Accademia delle Belle Arti di Brera

Mirko Guardamiglio

Fonte Wikipedia, Autore Arbalete

Secondo la tradizione  la chiesa di san Carpoforo venne edificata per volontà di santa Marcellina, sorella di sant’Ambrogio, sul luogo dove anticamente sorgeva un tempio dedicato alla dea Vesta, tuttavia, la sua esistenza è attestata con certezza solo a partire dal 813 grazie alle affermazioni del Gulini.[1] Consultando una planimetria redatta in occasione della Visita Pastorale del 1610[2] possiamo venire a conoscenza della disposizione della chiesa: la facciata era preceduta da un pronao, il campanile era collocato sulla parte destra della facciata, la navata era intersecata da un transetto e si concludeva con un’abside ricurva, l’altare maggiore posto all’intersezione della navata con il transetto era sopraelevato, il ciborio – secondo il Torre simile a quello di sant’Ambrogio – era sostenuto da colonne di porfido provenienti – secondo la tradizione – dal tempio di Vesta, la cappella della Confraternita del Santissimo Sacramento (visitata da san Carlo e restaurata alla fine del Cinquecento) era collocata sul latro destro del transetto, le cinque cappelle laterali erano tutte poste sul fianco destro della chiesa (la prima, la seconda e la quarta avevano una pianta rettangolare mentre la terza si caratterizzava per una maggiore profondità e la quinta per l’abside poligonale), la volta era costituita da travi di legno, l’illuminazione avveniva grazie a tre finestre, una collocata sopra la porta principale e due sul lato destro,[3] «[…] il pavimento è formato di laterizio ed ha due ingressi principali da due parti diverse; il maggiore è rivolto alla piazza ossia pasquée, con portico sul davanti, e l’altro guarda il cimitero».[4] Il 30 gennaio 1610, in seguito alla Visita Pastorale, il cardinale Federico Borromeo ordinò[5] la ricostruzione di san Carpoforo e perciò l’architetto Angelo Puttini rifece la copertura della chiesa realizzando una volta a botte costolonata, aprì due cappelle sul lato sinistro, rese omogenei i due lati del transetto e vi collocò due altari e ridusse a due le cinque cappelle sul lato sinistro tuttavia la chiesa rimase «priva di ogni ornamento nell’esteriore frontespizio, benchè al di dentro sia del tutto finita» (Lattuada).[6] Malgrado questi interventi, san Carpoforo conobbe una progressiva decadenza tanto che già nel 1760 veniva amministrata da un solo sacerdote. La parrocchia venne soppressa nel 1787 divenendo chiesa sussidiaria della Parrocchia Santa Maria del Carmine. Nel 1864 divenuta proprietà del Comune di Milano venne spogliata dei suoi arredi, le due colonne di porfido reggenti il ciborio vennero trasportate presso il museo del Castello, successivamente divenne sede dell’Archivio Storico Civico, fu poi concessa alla Soprintendenza per i beni artistici e storici della Lombardia che la utilizzò per fini didattici musicali,[7] infine, nel 1993 venne concessa in uso gratuito all’Accademia delle Belle Arti di Brera – che ancora oggi la utilizza – come sede per i corsi di decorazione, restauro ed arte sacra contemporanea. La Sovrintendenza per i beni artistici e storici della Lombardia ritiene che nell’attuale facciata e le finestre risalgano al V secolo inoltre che sia possibile individuare alcune reliquati del campanile romanico.[8]

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[1] M.T. Fiorio, Le Chiese di Milano, Credito Artigiano, Milano 1985, p. 111.
[2] ASDMi, Sez. X «Visite pastorali», Serie 13 «Santa Maria del Carmine», Volume 6.
[3] M.T. Fiorio, Le Chiese di Milano, Credito Artigiano, Milano 1985, p. 111.
[4] P. Rotta, Passeggiate storiche ossia le chiese di Milano dalla loro origine fino al presente, Tipografia del del rinomato patronato, Milano 1891, p 157.
[5] ASDMi, Sez. X «Visite pastorali», Serie 13 «Santa Maria del Carmine», Vol. 5, F. 29, SF. 3.
[6] M.T. Fiorio, Le Chiese di Milano, Credito Artigiano, Milano 1985, p. 111.
[7] M.T. Fiorio, Le Chiese di Milano, Credito Artigiano, Milano 1985, p. 111.
[8] M.T. Fiorio, Le Chiese di Milano, Credito Artigiano, Milano 1985, p. 111.

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