Grazie al tenace lavoro del Casati possiamo leggere una minuziosa cronistoria del monastero delle benedettine di Lambrugo

di Bruno Maria Bosatra

Annales

Sarebbe un vero sogno il possedere, per tutti i monasteri sbocciati e radicati in terra ambrosiana, una puntuale e minuziosa cronistoria come quella tramandataci dalle benedettine di Lambrugo che ora la tenacia paziente di Stefano Casati ci offre in rigorosa trascrizione! Il Casati premette lodevolmente e molto utilmente alla propria trascrizione tre succinti ma utili capitoli introduttivi: il primo sul monachesimo (pp. 17-22), il secondo sul Monastero di Lambrugo (pp. 24-75), il terzo – più tecnico – sul manoscritto (pp. 80-87). La singolare fonte, di vasta ampiezza cronologica e tematica, si presenta di particolare interesse in una molteplicità di sfaccettature e in un variegato ventaglio di punti di vista.

Nella accattivante lettura fattane dal sottoscritto, viziato da una invincibile deformazione professionale, la prima cosa che attrasse e spronò ad una rilevazione sulla lunga durata – scevra, beninteso, da ogni inammissibile forma di plagio – fu la soggiacente cronotassi dei “vicari moniali”, agevolmente tracciabile prendendo le mosse ancor prima del federiciano trattatista Giovanni Pietro Barchio (1603-1614) per approdare a fine ancien régime al celebre visitatore Alessandro Olivazzi (1786-1795).

Tra i due si squaderna una nutrita galleria di personaggi: da Carlo Rho (1655-1669) a Gerolamo Strada (1693-c696), da Giovanni Battista Manriche (1714-1732) a Gaetano Castiglioni (1738-1742), da Giulio Visconti (1744-1759), ad Angelo Antonio Oltrocchi (1762-1783), quel desso che in una predica ebbe a tratteggiare la monaca ideale come “muta, sorda e cieca”!

La lunga serie delle badesse – che a partire dal 1511 non sono più in carica “a vita” ma con un mandato soltanto triennale – permette di cogliere senza soverchie difficoltà l’estrazione cittadina piuttosto che briantea delle predette. Esse appartengono alle famiglie dei Pallavicini, dei Chiocca, dei Carpani, degli Annoni, dei Lampugnani, dei Carcano, e poi ancora dei Ripamonti, degli Avogadro, dei Muttoni, dei Formenti, dei Giudici, dei Baldironi. Le loro località d’origine vanno da Alserio a Copreno, da Rogeno a Galliano, da Seregno a Villincino. Nella serie non manca però una Biumi di Varese.

Talune badesse si presentano veramente eccellenti per spiritualità, per pazienza e benevolenza verso le sorelle, per distacco da ogni cosa, per una straordinaria capacità di sopportazione dinanzi alle frequenti calamità. Non è rarissimo il caso delle uscenti di scena in concetto di santità. Istruttivo quanto emerge dalla fonte trascritta in rapporto alle diverse cariche monastiche. Puntualmente, alla presenza del vicario moniale, vengono di triennio in triennio elette, con la badessa, la priora ed anche le cosiddette discrete (in numero da tre a cinque). Le loro famiglie d’origine sono ancora quelle già richiamate.

Un capitolo vistosissimo, che non si può passare in alcun modo sotto silenzio, è quello delle frequentissime sventure sul piano agrario e pertanto finanziario. Nel 1628 è registrato il terribile flagello di una “tempesta magenga”, cui tien dietro una brinata che compromette del tutto il raccolto (9 r). Nella carestia del 1629 – non estranea al romanzo manzoniano – ci si vede costretti a cibarsi di rane crude, di crusca, di fustoni di verza. In seguito ad una nevicata straordinaria che rende isolati i cappuccini di San Salvatore – l’eremo che oggi custodisce le spoglie di Giuseppe Lazzati – la badessa si sente spronata, per divina ispirazione, ad intervenire inviando soccorsi ai poveri frati, cosa che segnerà l’inizio di una tradizione (8 bis r e v). Al flagello della peste che mette sotto sopra tutto il milanese –anche qui la sintonia col Manzoni è perfetta – si reagisce tramite processioni penitenziali “con corde al collo” (10 r), con accorate suppliche alla divina misericordia e alla madre di Dio, con digiuni e altre mortificazioni. Nel 1635 scoppia una peste del bestiame che ha come corollario una carestia (14 r). Quattro anni dopo, nel 1639, a causa di brinate e tempeste si ottiene scarsissimo raccolto, ragion per cui straordinarie saranno le spese per sopperire ai generi di prima necessità (14 v). Nel desolante quadro dei molti guai non manca un terremoto (13 giugno 1642), cui si risponde immediatamente con preghiera comunitaria in cappella (15 r), né una terribile tromba d’aria (36 v) che fece “spiantare bona parte delle piante de noci e di castano”, cosa che fece “atterrire” tutta la comunità (36 v).

Tutto ciò senza contare i disagi derivanti dalla presenza delle truppe francesi (15 r), dall’alloggiamento delle stesse (19 r), da un conseguente sfollamento delle monache (19 v) che induce i “terazani furbi” a tentativi di sciacallaggio! Per il 1645 è registrata la minaccia del Turco alla cristianità (16 r).

A più riprese affiora dalla nostra fonte la situazione dolorosa di monache turbate da “humori malanconici”, bisognose perciò di vivere in isolamento (22 r), pena il creare scompiglio in tutto il monastero (23 r). Una di loro, nel 1672, deve essere “incatenata” con grandissimo strepito (23 r). Ancora nel 1744 si dà il caso di una monaca ritenuta pazza per la quale si deve approntare “una stanza vicino la lavanderia con fornimenti per colà legarla” (39 r).

Sul finire della lunga e meticolosa cronaca si profila quanto prelude alle ben note soppressioni. L’anno indicato come fatidico al riguardo è il 1775 (44 v). Per decisione governativa la comunità di Lambrugo deve operare nel 1787 una scelta: o darsi all’educazione delle civili ragazze oppure dare la propria disponibilità per la scuola gratuita. La scelta va in questa seconda direzione (47 r). Nel dicembre 1783 è registrato il dispaccio imperiale, accettato da parte di una quarantina di monache, le quali optano per rimanere a vita nel monastero (46 r).

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