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Se l’uomo non veniva distrutto fisicamente, doveva essere distrutto come persona […] doveva a poco a poco essere ridotto a bruto o a una cosa

di Saverio Colacicco

Nacque ad Augusta il 12 agosto 1911 in una Sicilia non ancora raggiunta da quella industrializzazione che stava proiettando l’Italia tra le maggiori potenze economiche del continente europeo.

La vocazione di Don Liggeri si manifestò intorno ai ventuno anni; infatti, in concomitanza con la prima missione della Compagnia di San Paolo sull’isola rimase «contagiato» da quella «dinamica e originale comunità spirituale» tanto da decidere di esplicare il suo ministero presbiteriale all’interno della Compagnia, ereditaria di quella lunga e proficua tradizione di «cristianesimo sociale» propria del cardinal Ferrari, fondatore della stessa Compagnia.

Fu ordinato sacerdote nella compagnia di San Paolo a Milano nel gennaio 1935, nello stesso periodo nominato Assistente all’Opera Cardinal Ferrari a Milano e, infine, nel settembre ’43 fondatore e direttore del centro di ricovero «La Casa». Situato nel pensionato di Via Mercalli, attiguo alla Casa Madre della Compagnia di San Paolo, il ricovero offrì rifugio agli sfollati dei bombardamenti, ospitò giovani renitenti alla leva repubblichina, perseguitati politici e razziali, organizzò spedizioni di espatrio clandestino per ebrei e antifascisti e, con l’appoggio di Radio Vaticana, si occupò della registrazione e dell’invio di più di 171.200 messaggi ai famigliari di militari civili internati o dispersi. In questo periodo Don Liggeri intrattenne stretti rapporti con i cardinali Ildefonso Schuster di Milano e Maurilio Fossati di Torino i quali gli raccomandarono numerose famiglie ebree da nascondere o aiutare nella fuga dall’Italia.

Il 24 marzo ’44 alcuni agenti dell’U.P.I. (Ufficio Politico Investigativo), accompagnati dal maresciallo delle SS Karl Koch, fecero irruzione nell’Istituto arrestando Don Liggeri e i 14 ebrei presenti in quel momento; dopo un breve interrogatorio, tutti assieme furono trasferiti nel braccio IV di San Vittore. Don Liggeri fu accusato di aver fornito aiuto a persone di fede ebraica e renitenti alla leva.

Nel giugno ’44 venne trasferito nel campo di transito di Fossoli. Nel luglio ’44 invece a Bolzano per poi, a fine agosto, essere trasferito Mauthausen e poi nel sottocampo di Gusen. Infine, nel dicembre ’44 a Dachau dove erano presenti ventimila internati di cui ben 1400 preti di differenti nazionalità (All’interno del campo erano rappresentate 142 diocesi, di cui 18 italiane, e 48 Congregazioni Religiose). Don Liggeri, classificato come Priester (sacerdote), fu assegnato alla baracca n. 26 dove erano presenti tra gli altri don Carlo Manziana, futuro Vescovo di Crema, Don Mauro Bonzi e Padre Giannantonio Agosti.

Don Liggeri e alcuni dei suoi compagni di prigionia furono liberati il 29 aprile 1945 dall’esercito americano.

Al suo ritorno a Milano fu nominato Vicario generale della Compagnia di San Paolo e riprese la direzione dell’Istituto «La Casa» che, a partire dal 1948, divenne il primo Consultorio familiare d’Italia, con quasi trent’anni di anticipo rispetto alla legge istitutiva (In Italia i consultori familiari saranno istituti con la legge n. 405 del 29 luglio 1975).

L’Istituto «La Casa» continua ancora oggi la missione originaria di aiuto alla persona e alla famiglia. (Dal 1948 ad oggi l’Istituto La Casa è impegnato a rispondere ai bisogni relazionali emergenti della persona, della coppia e della famiglia, attraverso i propri servizi: Consultorio familiare accreditato Regione Lombardia, Adozione internazionale, DSA disturbi specifici dell’apprendimento. L’obiettivo permane quello di offrire una vera e propria “casa” simbolica per promuovere il valore della famiglia, accogliere il suo disagio e offrire servizi di supporto cfr. www.istitutolacasa.it).

Don Liggeri ebbe modo di parlare della propria vicenda nel maggio 1967, quando venne convocato presso il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano che stava raccogliendo testimonianze riguardanti il processo all’ufficiale delle SS Friedrich Bosshammer, capo della sezione IV-B-4 della RSHA, responsabile della deportazione ebraica italiana di stanza a Verona, di cui si stava occupando il Tribunale di Dortmund (1964-1969) e del Tribunale di Berlino (1970-1973).

La più importante ed estesa testimonianza della sua prigionia nei campi nazisti fu raccolta in Triangolo Rosso, opera autobiografica che si trasforma in resoconto giornaliero della sua esperienza concentrazionaria. Morì a Milano il 2 settembre del 1996.