Nel quinto giorno di guerra, Israele sta continuando ad attaccare Beirut, la capitale del Libano. Nella notte e nel corso della mattinata di mercoledì l’esercito israeliano ha proseguito la sua campagna di bombardamenti, che hanno colpito soprattutto il quartiere di Dahieh.
L’obiettivo è Hezbollah, l’organizzazione politica e militare alleata dell’Iran, o perlomeno ciò che ne rimane. Negli ultimi tre anni, infatti, a seguito delle precedenti invasioni di Israele dopo il 7 ottobre 2023, il suo esercito ha quasi completamente distrutto le capacità operative del gruppo. Nel settembre 2024 era già stato inferto un colpo decisivo all’organizzazione, con l’uccisione di Hassan Nasrallah, l’ex leader di Hezbollah in Libano.
Da quasi dieci anni a Beirut vive anche don Carlo Giorgi, sacerdote originario di Milano e parroco della chiesa di St. Joseph Amonot, che a Radio Marconi (ascolta qui l’intervista) ha raccontato come i bombardamenti sono proseguiti per tutta la notte. Tra i quartieri colpiti c’è anche Baabda, dove risiede il Palazzo Residenziale, che non risulta comunque colpito dalle esplosioni.
Crescono gli sfollati nella capitale
Ma la conseguenza più tragica di questi attacchi sono gli sfollati. Prima dei bombardamenti, Israele ha ordinato ai libanesi che vivono al confine sud di abbandonare le proprie case, e di trasferirsi oltre il fiume Leonte. La maggior parte della popolazione si è riversata nella capitale.
«In due giorni – racconta don Giorgi – abbiamo organizzato un rifugio per tutti i migranti provenienti dal sud. Sono fuggiti senza neanche prendere l’asciugamano, perché nel cuore della notte hanno ordinato loro di andarsene. Oggi sono 90, ma abbiamo una lista d’attesa lunghissima, e forse apriremo un altro shelter». Al secondo giorno di bombardamenti, gli sfollati sono diventati 58 mila, e secondo don Giorgi continueranno a crescere, se Israele continuerà a occupare il sud del Paese.
Don Giorgi non immaginava che, dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, il conflitto avrebbe investito anche il Libano. Il sacerdote racconta come Hezbollah avesse dichiarato che non avrebbero reagito: «Se il gruppo manda razzi su Israele, sappiamo tutti che la risposta (israeliana) è dieci volte tanto. Avevano detto che non avrebbero reagito, e invece è stato così. È stato l’elemento che ha fatto deflagrare tutto».
I droni sopra la città
Con i bombardamenti e l’invasione israeliana, la quotidianità a Beirut è cambiata radicalmente. Anche le attività più ordinarie, ma comunque essenziali, al momento sono state sospese. Le aule del catechismo servono ad accogliere gli sfollati. Le scuole e le università sono chiuse e si riprenderà solo con la didattica online, dato che per strada si possono vedere e sentire i droni che si abbattono sulla città. «In questo momento li posso sentire sopra la mia testa, e bisogna evitare i quartieri dove sono più probabili i bombardamenti. Emettono un rumore che assomiglia a quello di un’aspirapolvere. I bambini vivono in un clima di forte tensione».

La preoccupazione per i più giovani di don Giorgi è figlia delle sue esperienze. Nel precedente conflitto, il suo Seminario era vicino a un quartiere sciita obiettivo dei bombardamenti, e ricorda ancora cosa significa convivere con il boato delle bombe: «Quando capitava durante il giorno, si andava al balcone per vedere da dove arrivava il fumo. Alla fine ti abitui a vivere in una situazione pazzesca, ma totalmente anormale, perché si diventa nevrotici. Basta che sbatta una porta e tutti si voltano spaventati. È tutto amplificato perché la paura, anche se inconscia, resta presente».
Anche nella desolazione, don Giorgi racconta come la solidarietà non sia mai venuta meno. I ristoranti si sono messi in contatto con il parroco per donare cibo; chi poteva ha spedito materassi, coperte e altri generi di prima necessità per gli sfollati. Loren, un’immigrata filippina che lavora a Beirut per una famiglia, già al secondo giorno dall’apertura del rifugio si era presentata da don Giorgi per coordinare la distribuzione dei pasti. Lo aveva già aiutato nella passata guerra, e resta con lui anche per fare le notti.







