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Analisi

Maggiolini: «In Medio Oriente la deterrenza non basta più»

Secondo il docente di Storia e istituzioni dell’Asia dell'Università Cattolica, con la morte di Ali Khamenei l’Iran è entrato in una transizione che accelererà dinamiche già presenti nel Medio Oriente

di Riccardo BENOTTIAgenSir

3 Marzo 2026
Teheran, 3 marzo 2026: donna cammina tra le macerie di un edificio, distrutto dall’attacco aereo di Stati Uniti e Israele (Foto AFP/SIR)

«La regione è attraversata da un processo di transizione che non nasce oggi. Ma non bisogna scambiare la riscrittura dei rapporti di forza per vere trasformazioni». Così Paolo Maggiolini, docente di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, legge l’esplosione del conflitto in Iran dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei come un’accelerazione di dinamiche già in corso nel Medio Oriente.

Come leggere questo momento nel quadro più ampio della crisi mediorientale?
La regione vive una fase di forte volatilità che precede l’evento attuale. La tendenza è concentrarsi sull’episodio, comprensibilmente grave, ma dal 2021 – e in modo più evidente dal 2023 – assistiamo a una sequenza di escalation parallele che hanno progressivamente normalizzato la tensione. La decapitazione della leadership iraniana è una dimostrazione di forza che punta a ridefinire gli equilibri. È una resa dei conti. In questo quadro, la deterrenza non sembra più una categoria sufficiente a spiegare ciò che accade.

Il professor Paolo Maggiolini (foto Cattolica)

La morte di Khamenei apre una crisi di successione all’interno del regime iraniano?
Il tema della successione non coglie impreparata la struttura del regime, che dispone di una base istituzionale consolidata. È vero che la storia delle successioni è limitata, e questo rappresenta un banco di prova significativo. Tuttavia, uno scenario del genere era stato verosimilmente valutato, specie dopo le tensioni recenti. Non si tratta di un sistema improvvisato. È un passaggio delicato, ma non inatteso.

C’è il rischio di un allargamento del conflitto? Ieri il Papa ha lanciato un appello all’angelus.
Escludere rischi è sempre difficile quando si innesca una spirale di violenza. Gli effetti imprevisti fanno parte di queste dinamiche. Al momento, però, le mosse in campo sembrano ancora inscritte in un calcolo razionale. L’Iran, distribuendo la propria capacità di intervento su più fronti, lancia una sfida politica: verificare la tenuta degli avversari nel tempo. Dall’altra parte, non è interesse di nessuno entrare pienamente nel novero dei belligeranti. La cosiddetta “neutralità attiva” che emerge in diverse dichiarazioni pubbliche riflette questa cautela.

La politica estera statunitense sembra avere un cambio di passo. È strutturale o contingente?
Il cambio di passo è evidente nella scelta di un intervento più diretto rispetto alle precedenti fasi, quando si privilegiava la leva diplomatica. Oggi l’approccio appare più tattico. La questione decisiva è capire se esista una visione politica per il dopo. Se si tratta di costruire una condizione negoziale imposta o di definire un nuovo assetto regionale. La logica transazionale non è nuova in Medio Oriente, ma negli ultimi anni si è progressivamente sostituita ai tavoli capaci di affrontare i nodi politici di fondo.

Come sta vivendo la popolazione iraniana questo momento?
Le informazioni disponibili restituiscono immagini contrastanti. È plausibile un sentimento diffuso di sospensione e timore. La società iraniana è frammentata da tempo, attraversata da una pressione generazionale che chiede cambiamento. Tuttavia, non si possono confondere gesti spontanei con un sostegno automatico a un’operazione militare. È rischioso alimentare letture semplicistiche o inviti al sollevamento. Militarizzare il discorso sulle comunità e sulle minoranze in un Paese così composito può produrre effetti destabilizzanti.

Iran, 14 gennaio 2026: donna brucia ritratto di Ali Khamenei durante protesta solidale
(Foto AFP/SIR)

Quali prospettive a medio termine per la regione?
Prima di questo passaggio si parlava di escalation controllata: non una pace, ma un riconoscimento reciproco dei margini di azione. Molte di quelle convenienze non sono scomparse. Tuttavia, l’attuale fase impone una ridefinizione degli equilibri. Il rischio è una lunga instabilità; la possibilità è l’apertura di un ciclo che richiederà tempo, leadership e un investimento politico di natura generazionale. Non una trasformazione immediata, ma un processo che andrà costruito.

Come si elegge la Guida Suprema

La Guida suprema è la massima autorità della Repubblica islamica, ed esercita poteri decisivi su forze armate, politica estera e principali nomine istituzionali. In caso di vacanza della carica l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 religiosi sciiti scelti a suffragio popolare ogni otto anni, procede alla designazione del nuovo leader.

Nel 1989, alla morte di Ruhollah Khomeini, l’Assemblea elesse Ali Khamenei dopo una revisione costituzionale che modificò i requisiti religiosi richiesti. 

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