Un ricordo nel centenario della nascita di uno dei protagonisti della resistenza cattolica, autore della "Preghiera del ribelle" e tra i fondatori del giornale clandestino di lotta contro il nazifascismo. I suoi mesi milanesi, prima dell'arresto e della deportazione nei lager, dove morì avendo esercitato eroicamente le virtù cristiane. Papa Francesco lo ha dichiarato Venerabile.

di Luca FRIGERIO

Teresio Olivelli

Ci sono stati uomini, nelle tragedie della storia, che si sono prodigati per un futuro diverso, per una società più giusta, per la libertà di tutti. Uomini che, nella tempesta degli eventi, non hanno rinunciato a difendere gli oppressi e i perseguitati. Uomini che hanno incarnato nella loro stessa vita, fino a perderla, gli insegnamenti di Gesù. Diventando anche ribelli. Contro la dittatura, contro la violenza, contro l’odio. Ribelli, sì, ma per amore.

Teresio Olivelli è stato uno di questi uomini. Papa Francesco, pochi giorni prima di Natale, lo ha dichiarato Venerabile, avendo stabilito la Congregazione delle cause dei santi che egli ha vissuto in grado eroico tutte le virtù cristiane. Un ulteriore passo verso la beatificazione di questo martire del ventesimo secolo, di cui la diocesi di Vigevano e la Chiesa tutta ricorda oggi il centenario della nascita.

Olivelli, infatti, è nato il 7 gennaio 1916 nell’ambrosiana cittadina di Bellagio, all’incrocio dei rami del Lago di Como. Ma trascorse l’infanzia in Lomellina, terra d’origine della famiglia: studente brillante, nel 1938 si laureò in diritto amministrativo a Pavia (ospite e poi perfino rettore del Collegio Ghislieri), proseguendo quindi la carriera universitaria e segnalandosi come figura emergente nel panorama culturale italiano dell’epoca, dominato dall’ideologia fascista.

In quegli stessi anni, del resto, si era formato nelle file dell’Azione Cattolica, partecipando attivamente alle iniziative caritative della San Vincenzo.

Allo scoppio della guerra, intuendo che proprio in divisa avrebbe potuto esercitare al massimo grado la carità cristiana, Teresio Olivelli partì per la Russia «soldato fra i soldati», condividendo la sorte dei compagni nella drammatica ritirata. All’indomani dell’Armistizio, fu catturato dai tedeschi, come centinaia di migliaia di militari italiani, e internato in un campo di prigionia in Austria, da dove però riuscì a fuggire.

Tornato clandestinamente in Italia, Teresio entrò nel movimento della Resistenza. A Brescia, nel novembre del 1943, si inserì nelle file dei partigiani cattolici delle Fiamme Verdi, divenendo ben presto elemento di collegamento fra i vari gruppi lombardi.

Tale incarico lo portò a stabilirsi a Milano, dove conobbe vari esponenti del Comitato di liberazione nazionale, organizzando la rete di informazioni, reclutando uomini e reperendo materiali per la lotta contro i nazifascisti. Ma soprattutto lavorando attivamente per la costruzione di una nuova nazione: «Il nostro tempo – scriveva – attende un arricchimento di umanità e un approfondimento di cristianità».

In questo senso, importante fu l’incontro di Teresio Olivelli con Carlo Bianchi, altra fulgida figura di resistente e di martire cattolico. Ingegnere e padre di famiglia, fondatore della “Carità dell’Arcivescovo”, Bianchi ospitò e nascose Olivelli nella sua casa: i due, nel marzo del 1944, idearono un vero e proprio giornale clandestino, Il Ribelle, da diffondere in migliaia di copie, come strumento di riflessione e di lotta in quei tempi bui, alla luce del Vangelo. Fu sul terzo numero di questo “foglio” che comparve la nota «Preghiera del ribelle», composta dallo stesso Olivelli e subito condivisa da tutti i partigiani cristiani.

Il Ribelle, pur fra le comprensibili difficoltà di pubblicazione («Esce come e quando può», vi era scritto sotto la testata), ebbe una grande risonanza nell’opinione pubblica. Ma, proprio per questo, altrettanto dura fu la reazione degli squadristi repubblichini, che cercarono in tutti i modi di bloccarne la diffusione e di catturare gli autori.

Il 27 aprile, dopo aver estorto informazioni ad alcuni prigionieri, i fascisti riuscirono ad arrestare Olivelli e Bianchi, e con loro Rolando Petrini e Franco Rovida. Portati al carcere di San Vittore furono interrogati e sottoposti a sevizie: unico conforto, la preghiera e le visite di don Giovanni Barbareschi, a cui riuscirono ad affidare lettere e messaggi per amici e famigliari. «Le carceri sono piene di Dio», scriveva Teresio ai genitori.

Da qui, i giovani resistenti cattolici vennero trasferiti al campo di Fossoli, vicino a Carpi, dove Bianchi venne fucilato il 12 luglio 1944.

Per Olivelli, invece, iniziò un calvario attraverso i lager nazisti di Bolzano, Flossenburg, Hersbruck. In questi luoghi aberranti, il dovere della cristiana carità venne vissuto da Teresio fino all’eroismo, sempre in difesa di coloro che erano ancora più deboli, rinunciando alle proprie razioni di cibo per i malati, offrendo ad ognuno una parola di speranza. Fino a morire a soli 29 anni, il 17 gennaio 1945, per i colpi ricevuti dopo aver fatto scudo col proprio corpo a un deportato ucraino.

Ma come un seme benedetto, il pensiero di Teresio Olivelli e di quanti hanno lottato insieme a lui ha dato frutto, nella ricostruzione morale, civile e materiale del nostro Paese.

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