Nel centenario della nascita, un ricordo del giovane ingegnere milanese, medaglia d'oro, che nel 1943 creò con il sostegno del cardinal Schuster un ente di assistenza per i bisognosi, ancor oggi in attività. Con Teresio Olivelli fondò il giornale clandestino «Il Ribelle», venendo quindi deportato a Fossoli e fucilato. Nei giorni scorsi una targa commemorativa è stata collocata sulla sua casa natale.

di Luca FRIGERIO

Carlo Bianchi targa

Furono i giorni delle scelte, quelli che seguirono all’8 settembre 1943. Vi fu chi decise di stare con il fascismo e il suo terribile alleato. Chi prese le armi per combattere contro la tirannia. Chi cominciò a sperare in un futuro migliore. E chi pensò a sopravvivere, come meglio poteva, facendosi coinvolgere il meno possibile. Per lungo tempo la glorificazione dei vincitori ha prevalso sull’obiettività, la rabbia sulla serenità di giudizio. Ma è corretto mettere oggi tutti sullo stesso piano? È possibile assolvere tutto e tutti con la giustificazione della “buona fede”?

Carlo Bianchi fece la sua scelta, e la difese fino alla morte. Non era un uomo straordinario, forse neppure un eroe, sicuramente non aspirava al martirio. Ingegnere, padre di famiglia, attivo nell’associazionismo cattolico: un uomo come tanti, con un cognome comune. Ma Carlo Bianchi credeva in un mondo diverso, in una società più giusta, nella libertà delle idee e degli uomini, nei principi della democrazia, nella difesa dei più deboli. E, in quell’autunno del 1943, divenne un «ribelle per amore».

La vicenda di quest’uomo, le ragioni della sua scelta, sono state raccontate alcuni anni fa nel libro Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla Repubblica sociale italiana, edito dalla Morcelliana nella collana «Biblioteca di storia contemporanea». L’autrice è Carla Bianchi Iacono, figlia dello stesso Carlo Bianchi. Ma non c’è traccia, nel volume, di sentimentalismo o di malinconiche rievocazioni. Il linguaggio è asciutto, la parola misurata. Carla Bianchi Iacono è storica di professione, e non ha attenuato il rigore del metodo neppure in questa circostanza. L’omaggio a suo padre, semmai, è proprio nella ricerca ostinata dei fatti, nella volontà di chiarire ruoli e responsabilità, nel coraggio di riportare alla luce questioni a cui, finora, non è ancora stata data risposta.

Carlo Bianchi era nato a Milano nel 1912 da famiglia benestante e profondamente religiosa. Negli anni dell’università intuì che la Fuci, la Federazione degli universitari cattolici, poteva diventare un grande laboratorio di idee, nonostante l’asfissiante controllo fascista. Carlo parlava della questione sociale, del valore della persona, del contributo dei laici alla vita della Chiesa. Parlava con passione, con competenza. Alcuni scuotevano la testa, altri gli facevano segno di tacere, intimoriti; altri lo guardavano con sospetto. Non tutti, però. C’era anche chi quelle parole le condivideva, chi le alimentava con gesti di speranza.

Quando la guerra arrivò tragicamente nelle case degli italiani, quando le sofferenze si fecero più acute, Carlo Bianchi capì che era il momento di passare dai discorsi ai fatti. Nella Curia milanese il suo era un volto familiare. Spesso lo si era visto salire lo scalone che portava agli appartamenti dell’arcivescovo.

A Schuster, in quel novembre del 1943, sottopose alcune proposte che aveva discusso con don Ghetti per contribuire, molto concretamente, a migliorare la qualità della vita dei cittadini meno abbienti della città, nell’attesa della fine del conflitto: un centro di assistenza medica, un altro di aiuto legale, uno di sostegno economico, per non dimenticare attività culturali, editoriali e di doposcuola. Il tutto gestito da volontari, universitari e laureati, competenti e generosi. Il prelato accolse con soddisfazione il progetto, dandogli la sua benedizione e correggendo di suo pugno l’originale denominazione «La carità del cardinale» in «La carità dell’arcivescovo», che esiste ancor oggi e che tuttora presta la sua opera.

In quegli stessi giorni nella casa di Carlo Bianchi si nascondeva Teresio Olivelli, esponente di spicco della resistenza cattolica del bresciano. Bianchi faceva parte del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, aveva una grande casa, una stamperia, e le sue idee ben si armonizzavano con quelle dell’Olivelli. Entrambi pensavano alla nuova società che si sarebbe dovuta costruire alla fine della guerra e della dittatura, una società, come scrivevano clandestinamente Carlo e Teresio, «più libera, più giusta, più solidale, più cristiana».

Intollerabile. Assolutamente inaccettabile per i nazifascisti. Il 27 aprile 1944 Carlo Bianchi cadde in una trappola, tradito da una persona che credeva amica. Venne arrestato in piazza San Babila e rinchiuso nel carcere di San Vittore. I repubblichini e la Gestapo sapevano già tutto: il suo contributo all’organizzazione cattolica per salvare ebrei e perseguitati politici, il suo impegno resistenziale, le sue idee “sovversive”… Bianchi e gli altri furono tradotti al campo di prigionia di Fossoli, vicino a Carpi, anticamera dei lager nazisti. Ma neppure quella doveva essere la sua sorte.

L’11 luglio Carlo Bianchi venne fucilato, insieme ad altri 66 compagni di prigionia, il suo corpo sepolto in una fossa comune e riesumato solo alla fine della guerra. Carlo non aveva imbracciato il fucile, non aveva attaccato con le armi l’esercito tedesco e la Repubblica di Salò. Ma la sua Resistenza, evidentemente, dovette essere considerata ancora più pericolosa. Era la Resistenza di chi proclamava l’uomo libero, di chi alla violenza rispondeva con la carità.

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