Alla rassegna (visitabile fino all'1 febbraio 2015), esposte opere inedite con ventidue gouaches preparatorie di grande valore artistico e spirituale, su cui l’Arcivescovo si è soffermato

di Annamaria BRACCINI

chagall

Una mostra che può divenire, non solo per la straordinarietà delle opere in rassegna o per il suo titolo che già spiega tutto, “Chagall e la Bibbia”, «quel preludio al rinnovamento milanese che tutti auspichiamo e che, speriamo, l’Expo possa propiziare».

È questo l’augurio rivolto dal cardinale Scola ai moltissimi che, presso il Museo Diocesano, hanno preso parte all’inaugurazione della rassegna chagalliana, che, nel suo prezioso e inedito percorso espositivo, propone sessanta opere con ventidue gouaches preparatorie. Davanti a lui il sindaco Pisapia, il rabbino capo di Milano, rav Arbib, l’Assessore alla Cultura, Del Corno, il Vicario Episcopale monsignor Bressan, il presidente della Fondazione, Pavanello e molte autorità. Il direttore del Museo, Paolo Biscottini, apre l’incontro.

«Oggi moltissime persone si accostano alle mostre e Milano sta trovando una sua fisionomia di città d’arte», nota subito l’Arcivescovo, sottolineando il fatto molto positivo e indicativo, dice, «di alcune iniziative quali mettere in rete le grandi Basiliche o i Monasteri» dell’antica evangelizzazione della Terra Ambrosiana o le vestigia archeologiche. “Tessere”, aggiunge, «di un mosaico – come è anche la mostra che si inaugura – , appunto del mosaico di cui abbiano bisogno in un mondo complesso e frammentato». Un altro modo per dire “unità”: quella «che è tale quando è capace di armonizzare tutte le dimensioni e comporre le diversità».

Questa è la sfida, d’altra parte, e insieme l’augurio complessivo, molto caro al Cardinale, per l’intera metropoli: «comporre Milano, con un’anima certo più difficile di alcune “sintesi” della città nel passato, come alla fine degli Anni ’90.

Senza dubbio, non vi è paragone possibile tra la “Milano da bere” e la “Milano da pensare e costruire”, nella quale «Chagall e il suo lavoro immane possono essere di aiuto straordinario proprio per la forza che traspare dalla ricerca dell’artista, vissuta con uno spirito di apertura alla domanda finale: “per Chi vivo”?». L’interrogativo da cui «nessuno può prescindere, che attraversa tutta la sua opera e che, proprio per questo, mostra quanto la natura della religione non sia l’“astratto”, ma il concreto. Che un ebreo, che ha visto il secolo per intero, vivendone drammi e catastrofi, arrivi a dipingere il Crocifisso, in tempi in cui il dialogo non era facile, mi pare – nota ancora il Cardinale – davvero profetico per la società. Il Crocifisso parla il linguaggio dell’universalità senza confonderlo con un sincretismo indeterminato e così testimonia che questa mostra non si configura come modalità consumistica di affrontare l’arte, ma come una conoscenza adeguata della realtà e quindi una comunicazione della verità».

Pensieri su cui l’Arcivescovo torna, dopo aver visitato la rassegna guidato dal direttore Biscottini, evidenziando la collaborazione – precedentemente aveva per questo ringraziato della sua presenza Pisapia – per le Istituzioni civili, «in vista di un bene comune che quello del vivere insieme che deve divenire bene politico, fondamentale per costruire la metropoli che è Milano».

Di un “sistema cultura per Milano”, «dove ognuno lavora pensando al bene della città», parla anche Biscottini. «Due anni fa esattamente noi abbiamo o augurato la grande mostra dedicata a Costantino nelle sale di Palazzo Reale», dice Biscottini, «e, oggi un’altra splendida occasione di collaborazione apre il Museo Diocesano alla città. Credo – prosegue – che questo sia un modo di fare rete, mettendo sul tavolo un progetto e condividendolo»:

E “Chagall e la Bibbia” – domani a Palazzo Reale si inaugurerà una retrospettiva dedicata allo stesso artista – è davvero un modo per parlare al “cuore” dell’uomo, al suo dolore, ai grandi sentimenti universali con opere in cui egli seppe affrontare alcune questione-chiave con totale libertà di mano e pensiero. Dal tema amatissimo di Giobbe, alla lotta di Giacobbe con l’angelo (splendida l’opera in marmo), alle Crocifissioni, come simbolo della sofferenza, dell’innocenza tradita, della salvezza: tutto parla dell’umanità in queste opere, davanti alle quali il Cardinale si ferma, ammirato, percorrendo il suggestivo allestimento, che sembra aprirsi al cielo, degli architetti Guido Moerpurgo e Annalisa de Curtis. Come, a lungo, si ferma di fronte alla “Crocifissione messicana”, dove una donna in primo piano, che tiene un bimbo in braccio e un crocifisso più piccolo, ma che pare incombere sul destino non è, per definizione emblema mariano, ma simbolo del dolore di ogni madre che piange, ieri come oggi, magari di fronte a un figlio straziato dalle guerre insensate degli adulti.

«Nonostante la situazione e l’ambiente non sia affatto profetico, farò il profeta», scriveva, non caso, Chagall stesso nel 1925, come racconta la nipote e vicepresidente del “Comité Marc Chagall”, Maret Meyer, che con Biscottini stesso e Claudia Zevi è curatrice della mostra.

Un’urgenza, di fronte ai tempi e alla realtà, «che l’ha condotto a far sì che questa urgenza fosse presente anche su carta. Questa è la prossimità che Chagall vuole esprimere attraverso l’opera. Tutte le opere che sono qui sono impregnate della medesima urgenza. Quindi il tempo si incolla al tempo, anche se si ha l’impressione che il tempo sia infinito, a-temporale nel guardare i suoi manufatti», spiega Meyer.

«Speriamo che quando vedrete questi capolavori, entrando in rapporto con loro, tutti possiate vivere e comprendere la profezia».

Questo il desiderio di chiunque ami e guardi a Chagall come a un profeta laico del nostro tempo: questo genio ebreo, che amava la Bibbia e l’ebreo Gesù e che annotava: «Sarà l’amore a sostituire l’antica religione. Prenderà il suo posto».  

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