In mostra al Museo Diocesano di Milano sessanta opere del grande maestro del Novecento dedicate alle Sacre Scritture: dipinti, acqueforti, sculture, gouaches con diversi inediti. Si tratta di una sezione-chiave della retrospettiva in corso contemporaneamente a Palazzo Reale.

di Luca FRIGERIO

Chagall Crocifissione

 Chagall, forse pochi lo sanno, si chiamava Mosè. “Marc”, infatti, è il nome con cui si fece chiamare a Parigi, già nel primo viaggio-studio (poco più che ventenne) e soprattutto dopo aver abbandonato definitivamente la Russia, diventata Unione Sovietica, nel 1922.

E tuttavia senza mai rinnegare il legame con la sua terra, Vitebsk, né soprattutto con la sua gente, la comunità israelita, con le loro tradizioni e la loro religione. Di quando, bambino, lo mandavano a studiare le Sacre Scritture dal rabbino Magilev, e lo zio Neuch leggeva brani della Torah con voce stentorea, mentre suo padre, semplice operaio di fatica, nelle festività ebraiche gli sembrava trasformarsi nel profeta Elia, di bianco vestito…

Uomo “biblico”, insomma, Chagall lo è stato sempre, per nascita e formazione. Così che nessun altro tema, nella sua pur vasta produzione artistica, ha avuto tanta importanza come la Bibbia, alle cui pagine ha dedicato moltissime immagini, e alcuni dei suoi più emozionanti capolavori. Fonte di ispirazione continua, perché, come confidò un giorno, «questo libro promette una libertà diversa, un altro senso della vita».

Come ci rivela, una volta di più, la mostra Marc Chagall e la Bibbia, allestita fino al prossimo 1° febbraio al Museo Diocesano di Milano. Sessanta opere, elaborate con tecniche diverse (si tratta di dipinti, gouaches, acqueforti, ma anche sculture e ceramiche) e in un lungo arco di tempo (fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del secolo scorso), ma tutte dedicate ad episodi e personaggi biblici, così da formare un percorso quanto mai unitario per messaggio e contenuti, pur nella varietà e nella complessità degli aspetti trattati. Una rassegna, peraltro, concepita come una sezione specifica, quasi una sorta di completamento, della grande retrospettiva dedicata all’artista, contemporaneamente in corso a Palazzo Reale.

Cuore dell’esposizione diocesana, in particolare, sono le ventidue gouaches inedite: lavori preparatori che con la loro freschezza e vivacità ben testimoniano la vena poetica di Chagall, dove il colore – la sua presenza o la sua assenza – diventa elemento narrativo fondamentale, mentre il tratto – ora marcato, ora appena accennato – evidenzia la leggerezza come la drammaticità delle scene, in un’esplosione quasi onirica di riferimenti simbolici dalla forte valenza evocativa.

D’altra parte, quando nel 1930 l’editore e amico Ambroise Vollard gli aveva proposto di illustrare non dei libri – come aveva già fatto con Le anime morte di Gogol e Le favole di La Fontaine -, ma proprio il “Libro dei Libri”, Mosè-Marc decise di partire subito per la Terra Santa, come in un pellegrinaggio dell’anima. «Ho voluto vedere la Palestina, ho voluto toccare la terra – spiegava -. Sono andato a verificare certi sentimenti, senza la macchina fotografica, senza neanche il pennello. Nessun documento, nessuna impressione da turista. Eppure sono contento (è la parola giusta?) di esserci stato. Là, nelle vie a gradinate, migliaia di anni prima camminava Gesù. Da nessun’altra parte ci si sente tanto sgomenti e felici come vedendo la massa millenaria delle pietre e della polvere di Gerusalemme, di Safed, dei monti dove sono sepolti profeti su profeti…».

Impressioni, intuizioni, riflessi che si ritrovano nelle sue opere sul messaggio biblico. Dove le case dei villaggi ebrei della Bielorussia, così, sorgono “paradossalmente” all’ombra di palme e ulivi, le galline dei suoi ricordi infantili razzolano insieme alle greggi dei patriarchi, le anfore antiche si mischiano ai cappotti e ai colbacchi moderni, in una dimensione che da fisica si fa continuamente metafisica, e i ricordi personali convivono con una memoria ancestrale.

Ma prima ancora del viaggio in Palestina, c’era stato l’incontro importantissimo con Jacques Maritain, che generò un’amicizia profonda e di lunga durata. Così che l’umanesimo teocentrico del filosofo francese andò quasi a fondersi con la spiritualità chassidica (fondata non tanto sulla dottrina, ma sull’umiltà, sulla generosità e sul misticismo) che l’artista aveva respirato fin da fanciullo.

Sono nate così, le immagini di lirica tenerezza di Marc Chagall, con un Dio che è prima di tutto Padre e Creatore, e dove le creature, con tutti i loro limiti e i loro sbagli, altro non anelano in fondo che a cercare grazia e bellezza, nel segno dell’amore. Del resto, come confessava lo stesso Chagall, «io non vedevo la Bibbia, la sognavo».

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