Mario Salis (Cooperativa Intrecci) parla del centinaio di nordafricani ospitati in un ex convitto: «Con loro abbiamo lavorato bene, ma la loro domanda d’asilo non è ancora stata vagliata. Ora servirebbe un percorso di reale inserimento nel territorio»

di Claudio URBANO

Mario Salis

È un bilancio positivo, che si trasforma però subito nella denuncia di un sistema di accoglienza strutturalmente inadeguato, quello che traccia Mario Salis della Cooperativa Intrecci, guardando al primo anno di funzionamento del centro per richiedenti asilo di Magenta, aperto nel luglio 2014 per ospitare un centinaio di migranti in arrivo dall’Africa subsahariana (Nigeria, Mali e Gambia soprattutto). La scorsa estate è stata la prima di emergenza, e la Cooperativa Intrecci, insieme alla Caritas, riuscì ad aprire il centro nell’arco di pochi giorni, sfruttando un ex convitto della Fondazione Vincenziana.

A un anno di distanza, però, quasi tutti i migranti entrati tra il 5 e il 6 luglio 2014 sono ancora lì, in attesa che venga vagliata la loro domanda di protezione internazionale. Stando ai compiti della struttura, questi mesi sono andati comunque bene. «È stato difficile soprattutto all’inizio, dato che i migranti si inserivano in una città comunque non grande – spiega Salis -. In questi mesi abbiamo però collaborato bene con l’amministrazione comunale e la Chiesa locale, oltre che con le associazioni di volontariato. Tutti, insomma, si sono prodigati per darci una mano». Così ecco i corsi di italiano appena terminati, ma anche un laboratorio di teatro realizzato insieme a una compagnia locale che si è concluso con uno spettacolo molto seguito.

«Queste però erano le attività programmate pensando a una permanenza di sei-nove mesi. Diverso è se i migranti dovranno rimanere a Magenta ancora per altrettanto tempo, prima di ricevere una risposta alla loro domanda di asilo», attacca Salis. Dei cento arrivati, una decina ha lasciato volontariamente la struttura, ma tutti gli altri restano in attesa. Alcuni stanno aspettando l’esito della propria domanda, altri avranno la prima udienza a novembre, ovvero un anno e mezzo dopo il loro arrivo.

Cosa succederà dopo? «Per loro sarebbe necessario passare nei centri di accoglienza “di secondo livello” – spiega Salis -: comunità più piccole dove, attraverso la formazione professionale, potrebbe realmente iniziare un percorso di inserimento nel territorio. Per questo servirebbe però anche l’allargamento dello Sprar (la rete nazionale dei centri per richiedenti asilo e rifugiati, coordinata dal Ministero dell’Interno, ndr)». È una richiesta che in questi mesi sta arrivando anche dalla Caritas nazionale, perché i 20 mila posti previsti si stanno dimostrando insufficienti, a fronte delle 44 mila richieste d’asilo presentate nel 2014.

Per alcuni dei migranti ospitati a Magenta si apre ora la possibilità di essere impegnati in lavori socialmente utili, grazie all’ok dato dal Comune. «Dovremo spiegare loro, però, che sono tutte attività su base volontaria – chiarisce Salis -. Potrebbe dunque essere un ulteriore canale per aprirsi al territorio, ma non dovremo creare l’illusione che questo sia uno sbocco alla loro permanenza qui».

Rimane dunque il problema di fondo: «Quando si parla di emergenza ci si concentra sempre sulla prima accoglienza, ma così il percorso è monco – denuncia Salis -. Irrobustire tutta la struttura del sistema migranti permetterebbe a chi è già arrivato di proseguire un percorso, e a noi di cominciare a ospitare i nuovi arrivati».

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