di Mauro COLOMBO
Redazione

Forse ora ci si convincerà che Calciopoli è esistita davvero. Dunque: il Tribunale di Napoli ha condannato Antonio Giraudo, ex ad della Juventus, a tre anni per associazione a delinquere e frode sportiva (senza condizionale); Tullio Lanese, ex presidente degli arbitri, a due anni, anche per lui per associazione a delinquere (ma con la condizionale); condanne anche per gli ex direttori di gara Pieri e Dondarini. È solo la prima tranche del processo, valida per gli imputati che hanno chiesto il rito abbreviato (che accorcia i tempi e può ridurre la pena di 1/3); è il giudizio di primo grado, nessuna condanna è definitiva finché la sentenza non passa in giudicato e fino a quel momento continua a valere la presunzione di innocenza. Ma perlomeno si mettono a tacere le fantasiose congetture di un complotto ordito (da chi, poi?) nell’estate 2006 per scardinare il “sistema” del calcio italiano.
Ora non si parla più di squalifiche, retrocessioni e penalizzazioni, ma di codice e fedina penale. La giustizia sportiva può avere le sue pecche, in termini di procedure ed eccessiva rapidità di giudizio, ma il verdetto di Napoli conferma la plausibilità dell’impianto accusatorio. C’era effettivamente un’organizzazione – che coinvolgeva dirigenti di società e della Federazione e ampi strati del mondo arbitrale – che operava per sovvertire le regole del gioco. Chi è stato punito sul piano sportivo non può atteggiarsi a vittima. Resta da stabilire quel che sarà del resto del processo (che riguarda Luciano Moggi, per intenderci), affidato al rito ordinario e a rischio di prescrizione, soprattutto se dovesse essere approvata la riforma del cosiddetto “processo breve”.
Al di là dell’aspetto legale, inquieta una certa aria di “revisionismo”. Proprio a Napoli, un guardalinee coinvolto nel processo ordinario si riprende da un’amnesia durata anni (proprio a pochi giorni da Juventus-Inter…) e riferisce che, sì, telefonate e pressioni arrivavano anche dalla sponda nerazzurra (almeno così ha lasciato intendere, perché nomi, episodi e circostanze precise non le ha fatte). Il buon Moggi approfitta di ogni spazio giornalistico e televisivo concessogli (e non sono pochi…) per diffondere la sua controverità: che non è espressione di un legittimo diritto a difendersi dalle accuse (perché alle accuse circostanziate non risponde mai), ma il tentativo di sollevare un polverone tale da far passare la tesi “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Infine, c’è un presidente (lo juventino Blanc) che, ignorando gli effetti di una condanna sportiva che ha privato la società bianconera di due scudetti, continua a parlare di una “terza stella” distante solo un titolo, di fatto disconoscendo l’ordinamento di cui fa parte. È anche per questo che la prima sentenza di Napoli ha un valore oggettivo: stabilisce che Calciopoli non è stata fantascienza, ma verità storica. Forse ora ci si convincerà che Calciopoli è esistita davvero. Dunque: il Tribunale di Napoli ha condannato Antonio Giraudo, ex ad della Juventus, a tre anni per associazione a delinquere e frode sportiva (senza condizionale); Tullio Lanese, ex presidente degli arbitri, a due anni, anche per lui per associazione a delinquere (ma con la condizionale); condanne anche per gli ex direttori di gara Pieri e Dondarini. È solo la prima tranche del processo, valida per gli imputati che hanno chiesto il rito abbreviato (che accorcia i tempi e può ridurre la pena di 1/3); è il giudizio di primo grado, nessuna condanna è definitiva finché la sentenza non passa in giudicato e fino a quel momento continua a valere la presunzione di innocenza. Ma perlomeno si mettono a tacere le fantasiose congetture di un complotto ordito (da chi, poi?) nell’estate 2006 per scardinare il “sistema” del calcio italiano.Ora non si parla più di squalifiche, retrocessioni e penalizzazioni, ma di codice e fedina penale. La giustizia sportiva può avere le sue pecche, in termini di procedure ed eccessiva rapidità di giudizio, ma il verdetto di Napoli conferma la plausibilità dell’impianto accusatorio. C’era effettivamente un’organizzazione – che coinvolgeva dirigenti di società e della Federazione e ampi strati del mondo arbitrale – che operava per sovvertire le regole del gioco. Chi è stato punito sul piano sportivo non può atteggiarsi a vittima. Resta da stabilire quel che sarà del resto del processo (che riguarda Luciano Moggi, per intenderci), affidato al rito ordinario e a rischio di prescrizione, soprattutto se dovesse essere approvata la riforma del cosiddetto “processo breve”.Al di là dell’aspetto legale, inquieta una certa aria di “revisionismo”. Proprio a Napoli, un guardalinee coinvolto nel processo ordinario si riprende da un’amnesia durata anni (proprio a pochi giorni da Juventus-Inter…) e riferisce che, sì, telefonate e pressioni arrivavano anche dalla sponda nerazzurra (almeno così ha lasciato intendere, perché nomi, episodi e circostanze precise non le ha fatte). Il buon Moggi approfitta di ogni spazio giornalistico e televisivo concessogli (e non sono pochi…) per diffondere la sua controverità: che non è espressione di un legittimo diritto a difendersi dalle accuse (perché alle accuse circostanziate non risponde mai), ma il tentativo di sollevare un polverone tale da far passare la tesi “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Infine, c’è un presidente (lo juventino Blanc) che, ignorando gli effetti di una condanna sportiva che ha privato la società bianconera di due scudetti, continua a parlare di una “terza stella” distante solo un titolo, di fatto disconoscendo l’ordinamento di cui fa parte. È anche per questo che la prima sentenza di Napoli ha un valore oggettivo: stabilisce che Calciopoli non è stata fantascienza, ma verità storica.

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